La settima funzione del linguaggio

La settima funzione del linguaggio
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Parigi, un pomeriggio del 1980. Il leggendario semiologo e linguista Roland Barthes sta attraversando la strada, ha la testa ingombra di pensieri; chissà cosa si saranno detti a pranzo con François Mitterand, in piena campagna pre-elettorale per l’insediamento all’Eliseo; e mentre probabilmente rimugina ancora, un camioncino, guidato da un bulgaro ubriaco, falcia la sua intelligenza inquieta lasciandolo quasi cadavere sull’asfalto. Il commissario Bayard, in ragione delle personalità coinvolte, è incaricato di ricostruire le dinamiche dell’incidente; il professore è ancora vivo ma intubato, può rispondere alle sue domande solo con un faticoso cenno del capo. Aveva con sé dei documenti che non sono stati rinvenuti, forse non si è trattato solo di un terribile incidente. Il commissario decide di iniziare proprio dall’ambiente universitario di cui Barthes fa parte, aiutato da Simone Herzog, giovane e sveglio dottorando che lo introdurrà nell’ambiente e nell’astruso cosmo della semiologia, i cui concetti gli torneranno indispensabili per comprendere le risposte e le allusioni dei personaggi interrogati, oltre che per decifrare una serie di circostanze. Barthes intanto morirà, soffocato con un cuscino nella stanza d’ospedale in cui si trova, e le parole di Focoult, Derrida, altri studiosi del giro intellettuale e mondano dell’epoca, suoneranno sinistramente sibilline, forse il grande studioso aveva messo le mani su un documento scottante, qualcuno voleva farlo tacere…

La settima funzione del linguaggio è un piccolo capolavoro di ingegneria narrativa, costruito in modo davvero geniale, mescolando vicende storiche a finzione, personaggi reali e maschere sapientemente messe in scena, che dà vita ad un giallo “classico” nell’architettura del genere, ma completamente originale e sui generis riguardo tutto il resto. L’autore, ricercatore e professore di letteratura francese, vincitore con questo romanzo del Prix Interralié e il Prix du Roman Fnac, attinge alle materie che padroneggia con rigore accademico e piglio scanzonato, divertendosi a dissacrare, raccontandone vita, pensieri, vizi privati, pettegolezzi, i mostri sacri dell’intellighenzia politicizzata e sinistrorsa dell’epoca. Incontriamo Foucault, Sartre, Derrida, varie spie bulgare e giapponesi, e molti altri pensatori che hanno segnato il Novecento, ritratti nelle loro conversazioni salottiere, in cui Binet alterna, attribuendole loro con gustosissimo disincanto, perle di sapienza a esternazioni da baretto di periferia, accentuandone tic, manie, bassezze, tipiche di ogni essere umano, geni inclusi, con un tratto sempre spassoso e arguto, divertendo il lettore che viene trascinato in situazioni davvero grottesche. Alcuni interrogatori si svolgono in una sauna per omosessuali, essendo Barthes e molti personaggi coinvolti gay appunto, e nessuno si scompone all’ingresso di Bayard nel luogo di piacere, continuando “l’attività ludica”, e al contempo sostenendo con puntiglio intellettuale le domande dell’investigatore (comicissimo ad esempio Foucault che discetta con Bayard mentre un giovane gigolo armeggia con le sue parti basse). Punto di forza del romanzo, oltre al timbro erudito alleggerito dal frequente tocco caricaturale, la trama, surreale ma plausibile, che spazia in luoghi diversi, tra cui Venezia e Bologna, dove i nostri protagonisti saranno condotti dal dipanarsi delle indagini per seguire la misteriosa pista legata al Logos Club, una sorta di loggia segreta per eletti che si sfidano in campo dialettico, rischiando in caso di fallimento il taglio delle dita. Nel turbine dei volti chiamati in scena, perfino il nostro sommo Umberto Eco, incontrato dopo essere scampati alla strage di Bologna, perché la ricostruzione degli eventi storici è uno sfondo del romanzo che contribuisce alla sua caratterizzazione. Il romanzo regala suspense e trastullo intellettuale, specie al lettore con rudimenti di semiotica, o semplicemente curioso rispetto a questa disciplina che come disse più o meno testualmente il grande linguista Saussurre, “Cambierà il mondo ma nessuno sa bene a cosa serva”.



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