La sfuriata di Bet

La sfuriata di Bet
“Mi chiamo Bet. Elisabetta, ma meglio Bet. Lo preferisco. Non Betta. Betta mi fa schifo. Betta è da cretina. Io voglio un sacco di cose, però mai risultare cretina.” Elisabetta Corvino ha diciassette anni e frequenta, da ripetente, la terza in un liceo di Torino. Abita a Barriera di Milano, un posto che chissà perché, si chiede, sta invece a Torino. È seduta in un bar e conversa come d'abitudine con Matteo, il gestore del locale, uno dei pochi uomini capaci di guardarla con lo sguardo di chi riesce anche a starti a sentire senza necessariamente sentirsi in dovere di provarci. Poi, dopo aver sfiorato la rissa con due tipi che volevano metterla in mezzo, paga e se ne torna a casa. È dicembre inoltrato e fa freddo. Ma lei non sembra accorgersene stretta nel suo maglione con sopra un giacchino striminzito. Si accende una sigaretta e attraversa la città così, assorta nei suoi pensieri. A lei Torino di notte piace, pur non avendo girato chissà quanto. Certo, l'idea di mollare tutto e partire zaino in spalla in autostop le ha sempre solleticato l'immaginazione. Ma poi, a ben pensarci, che ci metti in uno zaino? E con i soldi come fai? Magari finisce che ti carica in macchina un maniaco. E poi le lingue. Per carità. Con l'inglese che si ritrova. Nel frattempo ha raggiunto la sua abitazione. Un anonimo e squallido condominio di periferia, oramai zeppo solo di stranieri. A lei gli stranieri non danno certo noia. Certo, la ragazza algerina totalmente succube di padre e fratello, che le abita di sopra, la fa parecchio incazzare. Che a volte le verrebbe voglia di urlarle in faccia di darsi una svegliata, di smetterla di farsi comandare a bacchetta da quei due animali. Ma è tardi e rientrando in casa tocca far posto ad altri pensieri. Sua madre l'attende sull'uscio pronta alla ramanzina di rito. Parla piano per paura di svegliare il suo fidanzato Leonardo, già a letto pronto per ricominciare l'indomani la sua bella e impeccabile giornata da impiegato bancario. Ma poi i toni inevitabilmente si alzano e anche l'uomo si sveglia. Finisce come al solito, con la madre che le urla la sua frustrazione in faccia, con Leonardo che cerca di fare da paciere e con Bet che alla fine tira fuori il suo senso di colpa verso sua sorellina morta, sentendosi però subito una nullità e maledicendosi per quelle parole che le sono sfuggite di bocca...
Terzo romanzo per lo scrittore torinese Christian Frascella una delle voci più interessanti nel panorama italiano degli ultimi dieci anni. Caso editoriale nel 2009 con Mia sorella è una foca monaca bissato l'anno successivo dal delizioso Sette piccoli sospetti, arriva alla major Einaudi con un romanzo ancora di stampo adolescenziale, seppur questa volta 'girato' ai giorni nostri. Frascella difatti dà voce ad una diciassettenne e con lei ad una generazione intera, - unici esemplari, secondo l'autore, capaci oramai di provare a ribaltare la paludosa e disastrata situazione del presente -, in costante rivolta contro tutto e tutti. Bet, nei suoi Dr. Martens gialli retrò e con il suo perenne broncio incazzoso sulla faccia, va incontro al mondo incapace di comprendere come possa essere tutto così sottosopra e fuori posto, e sopratutto stupita dal fatto che di questo sfascio pare accorgersi soltanto lei. Attorno solo gente impegnata a seguire, anestetizzata, una scia invisibile di quiete e silenziosa normalità. Madre operaia licenziata, incapace di ribellarsi al suo destino lavorativo, patrigno bancario troppo passivo per scuotersi dal suo ibernato perbenismo, padre egoista e distante, professori ottusi e ingabbiati in un precariato che gli ha tolto anima, energia e sopratutto voglia d'insegnare, politica lontana e ingessata in giacche e cravatte e discorsi da salotti tv, mai capaci realmente di arrivare. A lei questo immobilismo fa ribrezzo, carica com'è di sangue che ribolle nelle vene. Eppure Bet sembra non trovare gli strumenti e le persone giuste attorno a se, per indirizzare in maniera costruttiva tutta questa indignazione. Rimane così una ribelle in pantofole, che quando troverà finalmente la forza espressiva per urlare la sua rabbia – anche dovuta ad un trauma familiare – scoprirà con tristezza che la sua protesta sarà soltanto strumentalizzata e vana. Frascella costruisce quindi un romanzo credibile che solo a livello di registro mi pare soffra un po', macchiato com'è da ripetuti e ridondanti cliché. Il che suona parecchio strano proprio alla luce dei suoi precedenti lavori, dove era stato maestro nel costruire caratteri – quasi sempre come in questo caso, giovani e giovanili – ma mai caratteristi. Bet invece, a volte dà l'impressione di scivolare su questi facili tranelli, di fare troppo il verso a certe serie tv non esattamente memorabili, stile “I Cesaroni” o “I liceali”, per intenderci. La causa di ciò è forse da ricercare nella contaminazione – bagno d'umiltà ammirevole compiuto dallo scrittore – voluta dallo stesso Frascella in fase di stesura, tra la sua prima versione del romanzo e le esperienze reali di due scolaresche torinesi. Probabilmente questa iniziativa, lodevole nelle intenzioni, nei fatti ha un po' snaturato lo stile sempre caustico e ironico dell'autore. O forse e più semplicemente, Frascella si trova più a suo agio con la caratterizzazione di ragazzi della sua generazione piuttosto che con gli imperscrutabili ggiovani degli anni zero. 

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