La signora nel lago

La signora nel lago
Il Treloar Building è in Olive Street, vicino alla Sixth, sul lato ovest. Il marciapiede antistante era fatto all'origine di blocchi di caucciù bianchi e neri. Li stanno sostituendo, e un uomo guarda i lavori come se il suo cuore stesse per spezzarsi. Marlowe gli passa davanti, si immerge nella galleria fiancheggiata da negozi di cianfrusaglie e sbocca nell’atrio. La Gillerlain Company occupa il settimo piano dalla parte della strada, e vi si accede attraverso porte automatiche a doppi vetri listate in metallo cromato. Nell'anticamera, tappeti cinesi, muri tinteggiati in vecchio argento, mobili spigolosi e ricercati, piccole sculture aguzze e lucenti su piedistalli e, da un lato, un'abbondante mostra di mercanzia in una vetrina triangolare. Creme, ciprie, saponi e acque di toilette per qualsiasi stagione e occasione. Una linda biondina inappuntabile siede in un angolo al centralino telefonico, dietro una ringhiera di legno che la preserva dal peccato. A una scrivania di fronte all'ingresso  c’è invece Miss Adrienne Fromsett. Marlowe si presenta. Chiede di vedere Derace Kingsley. Adrienne chiede se lui ha un appuntamento. Lui risponde di no. Lei dice che sarà difficile che possa essere ricevuto. Lui le dice di riferirgli che viene da parte del tenente M'Gee. Lei chiede se Kingsley conosce M’Gee. Lui le propone di domandarglielo…
Una folle passione. È un film recente. Brutto. Ma brutto brutto brutto, eh. Scritto male, interpretato peggio (ma la colpa non è degli attori), girato quasi come se si volesse fare un dispetto. Lascia semplicemente sconcertati. A voler essere eufemistici, gentili, rispettosi e imbevuti di carità cristiana e timor di Dio. Forse la storia non era nelle corde di chi ha dovuto farne qualcosa di guardabile. Per inciso, non riuscendovi. E dire che Susanne Bier in principio era brava, capperi. Quando se ne stava in Scandinavia, raccontava le sue storie, con il suo linguaggio, le atmosfere che le appartengono, quella sensibilità tutta sua. Poi dopo l’Oscar l’hanno cooptata le major, e questo è il risultato. È diventata sciatta. Perché diavolo parlo di questo? Perché il tema di questo romanzo, che invece è tutto fuorché sciatto, è proprio questo qui. Una folle passione. Una scomparsa, la preoccupazione, personaggi corrotti e ambigui. E a tirare le fila di tutto questo discorso la splendida scrittura di Raymond Chandler e lui, l’imprescindibile, insostituibile e inimitabile Philip Marlowe. Con quella faccia un po’ così, quell’espressione un po’ così che ha lui che non è nato a Genova. E non vuole che nel suo studio entri nessuno che viene da Manhattan, Kansas.  

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