La solitudine dei numeri primi

La solitudine dei numeri primi

Alice ha sette anni. Suo padre la costringe ad allenarsi sugli sci quasi dovesse diventare una campionessa. Impegno e disciplina. Ma ad Alice sciare non piace, l’idea la angoscia, la neve bianca – ora dura come marmo, ora soffice come panna – la mette a disagio. Lei non vuole sciare, le scappa sempre la pipì, incontenibile esplosione della vescica, deve fermarsi, la deve fare di nascosto… e un giorno di nebbia si perde, tra l’aria lattiginosa e spessa e la neve dello stesso colore dello zucchero semolato. E si fa anche un gran male. Talmente male che nella vita avrà sempre una gamba più corta dell’altra e zoppicherà. Maledetti sci, maledetta neve, maledetto papà. Odia la sua vita, odia doversi relazionare con gli altri ed odia il suo corpo, lascia che si consumi lentamente al punto di non volere altro se non sentire le ossa del bacino emergere come la punta di un iceberg. Mattia invece è timido ed introverso, è un genio a scuola, ha voti altissimi e ha una gemella: Michela. Michela non è come tutti gli altri bambini, viene spesso colta da convulsioni e si comporta in maniera totalmente imprevedibile. Mattia non vuole essere associato a lei, la schiva, la rifiuta, se ne vergogna. E la abbandona. Mentre si recano ad una festa di compleanno la lascia seduta su una panchina solitaria, per salvarsi una faccia che già da piccoli è più importante di qualsiasi altra cosa, anche del proprio stesso sangue. E Michela sparisce, inghiottita dal buio, sprofondata in un buco nero senza fondo. Inutile dire che per Mattia la vita non sarà più la stessa. Tagli profondi a solcare le sue mani, la pelle che diviene cicatrice bianca e liscia, spessa, come fosse una cartina geografica del dolore, del senso di colpa che non lo abbandona e che lo costringe a lasciare il mondo fuori di sè, negando e negandosi l’amore, in perenne fuga dalla realtà...

Parla di questo, il libro d'esordio del torinese Paolo Giordano, laureato in Fisica teorica e impegnato in un dottorato nella sua città natale. Sì, parla di solitudine, la solitudine dei numeri primi, numeri indivisibili, numeri solitari. Un libro acclamato, osannato, sbattuto sulle pagine di tutti i giornali. Perché, mi domando? Grande merito va allo stile, così diretto eppure fragile, come una voce che si insinua dentro il lettore, come un occhio che segue Alice e Mattia nello scorrere degli anni fino a vederli adulti, incapaci di chiedere, di dare, di prendere, votati alla sofferenza e all’insoddisfazione quasi fosse diventata una scelta consapevole, come se il cerchio non solo non potesse, ma non volesse essere spezzato. Eppure… santo cielo, ho quasi paura a dirlo: questa storia è scontata. Mi ha ricordato un Moccia più raffinato e consapevole, eppure prevedibile. Un Moccia depresso, incapace di sorridere, votato alla sofferenza più nera, al punto che a questi ragazzi verrebbe voglia di dire: “Sveglia, che la vita non aspetta nessuno!”. Almeno Moccia parla di amore che si concretizza: Giordano invece vuole che questa storia vada male, ed è ok, non tutte le ciambelle possono uscire con il buco, ma perché sapevo già che cosa sarebbe successo nelle ultime cento pagine? E perché ho avuto la sensazione che il tema della somatizzazione dei disagi interiori venisse affrontato quasi con superficialità? Un’Alice come quella descritta nel libro sarebbe morta da tempo, dopo un’anoressia prolungata per più di venti anni. Imprecisi alcuni passaggi narrativi, lacunosi, presentati per poi essere subito abbandonati in un angolo, quasi non meritassero un approfondimento. Certo, sarebbe bello che tutti avessero una sensibilità acuta come quella dei protagonisti (anche se tende a sfociare in autolesionismo allo stato puro) ma sarebbe altrettanto bello se si fosse dato a La solitudine dei numeri primi l’importanza che meritava, senza abbandonarsi a troppo facili entusiasmi per un romanzo che trasmette la sensazione di essere già stato, già odorato e respirato altrove, su altre pagine, nato da altre penne. Da affrontare con spirito oggettivo, senza crearsi aspettative, tenendo fuori tutto quello che è già stato detto, lasciando che le pagine vi portino laddove sapranno condurvi.


Leggi l'intervista a Paolo Giordano



 

 

 

 
 
 
 

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