La solitudine di un riporto

La solitudine di un riporto
Antonio Torrecamonica è un uomo che odia il proprio lavoro, lo vive come una prigione. Ha dedicato oltre vent’anni della sua vita a coltivare questa assoluta repulsione, perfezionandola fino ad elevarla al rango di arte, e come spesso accade l’odio ha finito per riverberarsi sul prodotto che vende, oltre che sui suoi clienti. Antonio non è un solitario: è assolutamente, desolatamente, orgogliosamente e ostinatamente solo. Vive in quella che sembra una reclusione volontaria da quando il malavitoso don Pietrino lo ha tirato fuori dal manicomio e lo ha rinchiuso nella sua nuova prigione: una libreria. Anni di isolamento dal mondo lo hanno portato ad essere un buon osservatore, capace, oltre che di indovinare i gusti letterari delle proprie clienti dalla forma e misura delle loro tette, di annusarne le idiosincrasie, smascherarne le finzioni, fiutarne le solitudini. Antonio è la nemesi del libraio perfetto, detesta i clienti, detesta i libri, detesta a morte le librerie, soprattutto le Feltrinelli, detesta i classici della letteratura che sono stati il suo grande amore, e detesta con particolare veemenza Anna Karenina, di cui ha un intero scaffale di edizioni non in vendita, ma destinate a più vil uso. Gli scaffali del suo negozio sono il suo scacchiere mentale, gli scenari su cui disporre e ridisporre continuamente i libri secondo catalogazioni che si fanno di notte in notte più cervellotiche, in un tentativo costante di spiazzare i clienti, allontanarli. La solitudine nella vita di Antonio è il risultato di stratificazioni calcinatesi negli anni, il risultato di una lunga sommatoria iniziata a 8 anni quando ha “perso” Paolo, un fratello, un mito, un faro nella nebbia. Hanno tentato di sradicarglielo dalla testa dapprima a botte e poi con le cure più drastiche del mondo, Paolo, ma lui torna ostinatamente, gli parla da un vecchio telefono, lo insulta, lo guida lo consiglia sulla scelta del porno, lo traghetta nel mondo degli adulti, lo accompagna dolcemente verso il suo primo reclusorio e lo segue nella vita adulta, fino al ridimensionamento del riporto, all’accettazione della calvizie, alla costruzione di un amore…
Ci sono almeno tre storie complete in questo libro e tutte e tre sono dosate in maniera assolutamente perfetta: c’è l’amore, c’è il giallo,  ma soprattutto c’è, come elemento unificatore e fil rouge, un appassionato amore dell’autore per la letteratura, per il racconto della  commedia umana così come dispiegatosi nei secoli. La caratterizzazione dei personaggi è un omaggio perfetto e mai ammiccante alle migliori tipizzazioni letterarie, il triste, calvo, grasso, solitario libraio, il suo rapporto con Don Pietrino, persino la scelta dei nomi sono altrettanti canti d’amore; c’è una deliziosa vedova Pecuchet, lo sbirro ottuso e forse molisano (?) Serracavallo, i suoi digossini  alle prese con attentati, Organizzazioni, estremismo eversivo di centro ed intercettazioni inesistenti, la Santa nonché zia dispensatrice di miracoli di Antonio. È un libro che profuma di riscatto in tutte le sue pagine, di guarigione omeopatica, (a tratti di vendetta) attraverso l’intelligenza, l’ironia, la sagacia, forse anche la Follia. Una dichiarazione d’amore attraverso uno specchio deformante, che l’autore rende ai suoi miti letterari che non sono solo quelli facilmente intuibili, come Gadda Flaubert o Tolstoj, ci sono ammiccamenti ironici e ossequiosi a Pirandello, Sciascia, Borges, Amado e Márquez, ma soprattutto c’è il senso dell’invenzione geniale, della trovata narrativa perfetta, della veste scenica più adatta a ciascun personaggio, a ciascuna delle incarnazioni letterarie che vengono rappresentate.

Leggi l'intervista a Daniele Zito

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