La sovversione necessaria

La sovversione necessaria

Non si contano, nel numero e nelle articolazioni di senso, le confessioni di “anarchico” che Luigi Veronelli faceva ad ogni piè sospinto: “Sono anarchico dal 1946”, scrive l’enologo, ovvero da quando, ascoltando un discorso di Benedetto Croce si convince della necessità di una politica e di una etica “post statalista”, che significa appellata al senso della responsabilità di ognuno…Una responsabilità, come trapela dalla seconda intervista raccolta in questo volume, che nasce da un profondo e radicato rispetto verso la natura e la “naturalità” dell’essere umano: concezione che lo farà avvicinare, negli ultimi anni della sua vita, al mondo dei centri sociali e delle visioni alternative del mondo. Ma visione alternativa, quando si parla di Veronelli, significa solo visione di profonda eticità che lega vino, cibo e intelligenze: intelligenze sociali, politiche, economiche, conoscenze e comprensioni dei fenomeni nel loro reciproco interrelarsi. Ed era solo in questo senso “intelligente” che Veronelli voleva fare la rivoluzione, una rivoluzione del mondo di bere e di mangiare intelligente, ma che prevedeva prima di ogni altra cosa il rifiuto del sistema capitalistico e del profitto come unico riferimento etico... Assertore convinto della libertà individuale come patrimonio inviolabile, Veronelli finì per rivolgersi naturalmente a quella platea di giovani che nutrivano sogni di rivoluzione del mondo e a confessare a loro che, per la sua esperienza, il potere aveva utilizzato il progresso per imbrigliare le volontà degli uomini, non per liberarle… La seconda intervista del terzo capitolo del libro si apre con questa domanda: si può parlare di un’eredità di Luigi Veronelli? La risposta è sì, ma si tratta di una eredità complessa e articolata che difficilmente avrebbe prodotto, fra i suoi seguaci, una adesione entusiastica a EXPO 2015 con i canoni che la kermesse mondiale ha prodotto: per Veronelli il cibo è un diritto, la terra è un dovere… L’intervista alla produttrice siciliana di vini naturali Arianna Occhipinti contiene, infine, il passaggio che avrebbe benissimo potuto chiudere il libro: “Anche in questo piccolo grande mondo che è il vino si potrebbe cercare di trovare la chiave giusta per lasciare almeno immutata la sua storia, porzione di quella grande storia della quale tutti facciamo parte”…

Il libro si apre con una frase che non può non essere posta a sintesi anticipata e felice dell’intero volume: la figura di Luigi Veronelli non ha bisogno di alcuna forma di agiografia. In effetti, quello di Luigi Veronelli è un nome per i più legato al mondo del vino ed alla diffusione di un certo concetto, verrebbe da dire “ecologico” ed “economico”, della vite e della bevanda da essa generata. Ma l’impegno di Veronelli non si limitò alla sfera della viticoltura, dell’enologia e del mondo, per quanto composito e variegato, del vino: l’impegno civile e politico, benché concentrato maggiormente negli ultimi decenni della sua vita, non ebbe certo meno senso e meno profonda serietà. Luigi Veronelli viene ritratto secondo un profilo che, visto dalla prospettive di questo libro di interviste, è assolutamente inusuale. L’enologo che ha restituito al vino italiano e nel mondo la dignità che questa bevanda deve avere fuori da ogni logica di puro mercato, lontana dalle aste che battono migliaia di dollari per un’annata speciale, e che anzi ha battuto con le sue proprie mani la terra fonte e madre di vita non poteva non avere, del mondo, una sua visione chiara ed “estrema” (non estremista): questa raccolta di interviste ce ne dà conto, pienamente ed esaurientemente, restituendo a Luigi Veronelli il giusto ruolo che ha avuto nella filosofia dell’enogastronomia contemporanea: una filosofia post industriale, ma nel senso di superamento dell’idea del vino come prodotto di mercato, e ritorno al rispetto profondo della madre terra per quel che essa sa e vuole elargire in parti eguali ai suoi figli, senza distinzione alcuna di censo.



 

 

 

 
 
 
 

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