La spiaggia dei cani romantici

La spiaggia dei cani romantici
1983, Lincoln, Argentina. Luis Enrique Francesco Dronero detto Almeja (ostrica) perché non ha collo, è un giovane di origini liguri che sta ancora metabolizzando la fine della disastrosa guerra delle Malvinas/Falkland, durante la quale ha visto morire molti amici ed è stato anche ferito. Tra partite di pallone, scopate bollenti con la sua novia meticcia (che lui chiama un po' rudemente “la negra”), serate nella pizzeria italiana del paese passate a farsi fare il conto delle donne e degli scoli dai 'chicos piola' - i malandrini del posto che ogni anno verso marzo si trasferiscono a Las Palmas, Tenerife, Lanzarote o in Costa Brava a lavorare in discoteca per godere dell'estate europea e delle turiste, e a novembre, col primo caldo australe, tornano in Argentina – Almeja ha costruito anno dopo anno il suo sogno di “saltare la pozzanghera” e volare in Europa. Ma lui non vuole fare il buttafuori in Spagna con la camicia aperta sul petto e le catenone d'oro , lui vuole piuttosto tentare la fortuna come calciatore in Italia, magari partendo dalle serie minori e poi chissà: in fondo le sue origini gli dovrebbero garantire il passaporto italiano. Quando va a Buenos Aires per comprare il biglietto aereo per Milano, Almeja fa due incontri che lo scuotono: va a trovare la madre del suo povero ex commilitone Marcelito Ledis – puta patria - provando anche a sedurla senza successo, e poi beve una birra con il caporale Raúl Larrañaga, che gli fa un paio di offerte da brivido: portare un carico di cocaina a Barcellona mischiandola allo shampoo per 10.000 dollari o entrare in un gruppo paramilitare che in Costa Brava pianifica assassinii di soldati inglesi in vacanza per vendicare l'onta della sconfitta nella guerra delle Falkland. Il ragazzo rifiuta entrambe le proposte, e con la negra decolla verso Oneglia, verso una Liguria “decrepita, con la spazzatura all'ingresso dei paesi, le terrazze crollate e gli ulivi in mezzo ai rovi”, un luogo molto diverso da come lui se lo immaginava... Marino Magliani è un uomo che ha un passato. Memorie, atmosfere, paesaggi, sapori, volti e linguaggi gli sono rimasti nella testa e nel cuore dopo aver vissuto tra Liguria, Argentina, Spagna, Olanda: guarda caso i luoghi in cui si svolge questo fascinoso romanzo declinato in due parti ambientate a trent'anni di distanza una dall'altra. Il sentirsi inesorabilmente reduci, la ricerca delle radici, il sogno di un futuro diverso, la spietata malinconia della quotidianità, la potenza dei ricordi: ecco i temi che si intrecciano mentre Magliani accende – ancora in scarsa compagnia, dopo che la letteratura italiana ha scandagliato in lungo e per largo il decennio precedente - i riflettori sugli anni '80. A suo modo, naturalmente. Con la sua sensibilità, la sua attenzione per l'umanità, per i piccoli/grandi spostamenti del cuore dei suoi personaggi. L'ossessivo ricorso a riferimenti sessuali gergali (“tirare la gomma” per la fellatio, “andare a presepe” per il cunnilingus, ad esempio) a tratti è un po' stucchevole, ma il tentativo - riuscito, peraltro - era probabilmente quello di 'svecchiare' lo stile dell'autore  ligure, tradizionalmente raffinato e rarefatto, lontano dall'estetica (come vogliamo chiamarla? Pop?) a volte necessaria per raccontare certe storie. Chi apprezza da sempre Marino lo ritroverà con estremo piacere, chi non lo conosce avrà l'invidiabile opportunità di scoprirlo. Quanto a me, ho la tessera onoraria della Banda del Magliani già da tempo, e a ogni suo libro ci metto il timbro di rinnovo.

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