La Splendente

La Splendente

Leda è poco più di una bambina e sta giocando sulle rive del fiume Eurota. All’improvviso, chinatasi per bere, sull’acqua scorge il riflesso di un cigno bellissimo dalle ali immense. Il bianchissimo cigno le plana in grembo, la guarda con occhi ardenti di desiderio e dopo le fatiche d’amore lei sa di aver concepito. Piangendo tra le sue braccia, Leda racconta a suo marito, il re Tindaro, quello che le è successo, di come è stato Zeus a toccarla; lui non le crede. Pensa si sia addormentata all’ombra di un albero e abbia sognato. “Avrebbe dovuto comprendere prima. […] Avrebbe dovuto conoscere i segni” – pensa di sé poi Tindaro. Avrebbe dovuto riconoscere quella fiamma negli occhi di lei, quella “di chi ha ricevuto il dono di un dio”. Quella notte Leda e suo marito giacciono insieme. Quando appare chiaro che Leda aspetta un figlio, lui non ha ancora dubbi; ma pensa anche che se dovesse nascere davvero prole divina accetterà il suo destino. Nove mesi dopo Leda dà alla luce non un bambino ma due uova bianche. Trascorsi tre giorni si schiude il primo uovo e vengono alla luce i gemelli Castore e Polluce. Nove anni dopo i ragazzini si inseguono giocando nei giardini del palazzo reale di Tindaro a Sparta, ma l’altro uovo, sigillato e luminescente, attende in una sala del palazzo dove i fuochi sono continuamente ravvivati. Leda sa che lì dentro due bambine aspettano di nascere. Una notte l’uovo si schiude. Tindaro trova sua moglie – che non è più una bambina – che stringe a sé una neonata, “Era bianca come una nube, aveva già riccioli biondi sul capo, colore del polline, e i suoi occhi azzurri osservavano Tindaro, ampi, spalancati e lucenti come specchi. Un mondo intero, inafferrabile, si rifletteva negli occhi della neonata”; “Il cigno ha detto che non ci sarà mortale più bello di lei…” Intanto c’è anche un’altra bambina, bagnata di sangue e liquidi umani, che piange. Avranno lo stesso viso, lo stesso corpo, ma Elena avrà grazia, incanto, tutto lo splendore, Clitemnestra, la sua gemella, no…

La Splendente è Elena, Elena di Sparta o di Troia che dir si voglia, figura mitologica e archetipica, assurta a simbolo del femminino nella letteratura tutta con la sua bellezza e la sua grazia irresistibile prima che considerata responsabile di contese e lutti. Ha detto l’autore in una intervista che “Elena è la Splendente perché lo dice il suo nome. Una delle possibili etimologie del nome lo fa risalire al greco ἑλένη (helene), che significa “torcia”, “fiaccola”. Il nome può quindi essere ricollegato all’idea di qualcosa che splende, da lì il titolo. Elena è la figura principale, il motore delle vicende degli uomini”. Cesare Sinatti, classe 1991, laureato in Scienze Filosofiche e attualmente dottorando in Filosofia Antica all’università di Durham, vincitore con questa opera prima della 29esima edizione del Premio Calvino (ex aequo con Elisabetta Pierini), sceglie di raccontare una delle storie più classiche attingendo non soltanto all’Iliade e all’Odissea ma anche ai poemi minori del cosiddetto Ciclo Troiano per narrare non soltanto dei personaggi più conosciuti, da Achille ad Agamennone, da Odisseo a Menelao, ma anche di quelli meno noti come lo sfuggente Palamede, la guerriera Epipola o lo spietato Tersite. Le fonti dalle quali attinge, quindi, non sono soltanto quelle omeriche o pseudo omeriche ma anche altre note piuttosto ai filologi e agli antichisti quali ad esempio Ditti Cretese (II-III d.C.) o Quinto Smirneo detto anche Calabro (III d.C.); il rigore della ricostruzione è puntuale e assoluto. Qual è allora il senso di questo romanzo? Per cominciare a capire, potrebbe bastare la motivazione data dal comitato di lettura del Premio Calvino che gli ha meritato la prestigiosa vittoria: “Ciò che sorprende in questo inusuale romanzo è la capacità di far rivivere in maniera originale i personaggi che sembravano per sempre fissati in una certa icona, in un profilo marmoreo”, aggiungendo ancora che se i fatti sono assolutamente rispettati cambia il punto di vista offerto sui personaggi. Modificando la rigida cornice del modello epico e mitologico, sono le passioni e i sentimenti i protagonisti veri del romanzo, che restituisce ai personaggi tutta la loro umanità. Leggiamo sempre, quindi, le storie degli Atridi della stirpe maledetta di Pelope condannati alla pazzia o quelle dei Tindaridi, ma incontriamo anche un Odisseo tormentato dal desiderio di tornare a casa e un Achille ossessionato dalla sua incapacità di sperimentare il dolore fisico, per nulla timoroso della morte in sé – spaventato invece dal momento del passaggio, perché “Gli dei non ci hanno fatto come loro. Ci hanno abbandonati qui, dove tutto degenera e niente resta mai uguale” – ma dolorosamente consapevole del proprio destino, “Il fatto che il suo corpo fosse invulnerabile non significava che lo fosse anche l’anima”. Ci imbattiamo in un Menelao più pensoso e meno insulso di quanto lo ricordassimo dai tempi dei nostri studi, un re che avrebbe voluto soltanto vivere in pace, costretto dal destino a dar ragione invece a suo fratello Agamennone, “La pace è per i morti, fratello”. I Greci costretti a navigare verso Troia per combattere una guerra che non è la loro ci appaiono loro malgrado vincolati ad un antico patto nato dalla contesa per sposare la bella Elena, mai e poi mai disposti a venir meno alla parola data, eppur alla fine del combattimento spogliati di ogni dimensione eroica, disillusi e nudi nella loro dolente umanità. Elena e la sua bellezza splendente sono il filo narrativo di questa parabola che dall’età dell’oro giunge alla fine del tempo degli eroi fino a quello degli uomini, lei, protagonista di pochi passi del libro ma sottesa a tutta la narrazione, celata dietro le storie di ciascuno dei personaggi, quasi fosse lei a muoverle tutte veramente. Dice l’acuto Palamede, ad un certo punto, “Perché è sempre per una donna. […] Non capisci. Sono tutte Elena”. Sorprende la giovane età dell’autore sia per la lingua elegante e per la prosa ricca ma scorrevole, ma soprattutto per la capacità di cogliere nuovi spunti, nuovi punti di vista, insinuandosi nell’umanità sofferente e fragile relegata ai margini dell’aura più algida del mito e persino della tragedia, che le stesse vicende hanno già detto. Sinatti prende il fascino antico dell’epica e ne fa un romanzo per tutti, forte della sua freschezza giovane e originale, senza mai apparire pedante o goffamente erudito; il lettore, infatti, dopo le prime pagine che gli consentono di entrare nella giusta dimensione, finisce per sentirsi coinvolto e completamente preso lungo tutti i ventiquattro capitoli – non a caso quanti i libri dell’Iliade e dell’Odissea; assolutamente rapito da quello magnifico del combattimento tra Menelao e Paride, o dalle pagine bellissime dedicate ad Achille piangente che parla al corpo morto di Ettore o da quelle che raccontano la stessa morte dell’eroe: “Achille contemplò in un attimo la sua vita e vide che era storia e mito […] e vide che una bellezza si schiudeva in questo mito […] e seppe che la bellezza di quel mito gli sarebbe sopravvissuta e che egli stesso sarebbe eternamente vissuto in quella bellezza. […] Achille, col sorriso degli immortali, correva più veloce”. Fino alla bellissima parte finale che è tutta struggente poesia. Per inciso, chi scrive si sente meno sola nella simpatia da sempre destinata al Pelide, invece che al più solitamente amato Ettore, e si scopre in una bella intervista che Sinatti condivide lo stesso pensiero sull’eroe tragico che è davvero il suo personaggio preferito: “Achille è probabilmente il personaggio a cui sono più affezionato, anche al di là del mio romanzo. C’è qualcosa di tragico nel modo in cui tutto quello che fa viene continuamente frustrato. Achille è il migliore fra gli Achei, ma nulla gli riesce facile. Ho cercato di riprendere un po’ questo concetto della frustrazione e di raccontarlo in maniera diversa. Il mio Achille non è esattamente quello classico, passionale, irascibile. È ancora un personaggio dalle emozioni violente, ma principalmente perché è quello che più intensamente percepisce la paura della morte e del dolore, e che più intensamente la combatte”. Un romanzo nuovo e diverso, questo La Splendente, a dispetto di ciò che narra, come ha detto Beatrice Dorigo del “Corriere della Sera”: “ Il libro giusto per chi ama l’epica e chi deve ancora conoscerla”. L’invito è di spogliarsi di ogni pregiudizio possibile e regalarsi una lettura unica e sorprendente, al di là dei propri studi. Il mondo classico e le storie antiche hanno ancora tanto da dire – ha ragione Sinatti quando dice che lo fanno “anche quando non riguardano più direttamente il nostro tempo e la vita che viviamo tutti i giorni […] perché in un certo senso si tratta di storie che continuano a parlare di noi, a dire qualcosa su cosa significa essere umani” -, e sanno anche parlare con voci giovani e fresche.



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