La stagione della caccia

Ore due di dopopranzo del capodanno 1880. Il “pacchetto a vapore” che fa navetta postale da Palermo attracca a Vigata spaccando il minuto. Il nome dell’imbarcazione è “Re d’Italia”, ma i siciliani continuano a chiamarlo “Franceschiello”, “per un miscuglio di abitudine, luffarìa e omaggio al re borbonico che aveva istituito il servizio”. Dei quattro passeggeri che ne discendono, tre sono conosciuti in paese, si tratta del titolare dell’Officina Postale, di ritorno da Trapani dove sua figlia si è sgravata per l’ottava volta; di una bella e nota signora affetta da un male misterioso che ogni due mesi la costringe ad andare a curarsi a Castellammare – secondo alcuni presso un vigoroso cugino; del comandante di guarnigione di Vigata e la sua signora. Tenendosi a distanza da questi c’è un altro passeggero, un “giovane forasteri” che anche durante il viaggio si è mostrato cortese all’occorrenza “ma subitamente mutànghero non appena la curiosità altrui manifestava l’intenzione di conoscere nome cognome e professione”. Mentre attraversa la piazza principale del paese, l’uomo si sente osservato da quella che sembra la statua di un anziano seduto su una sedia al lato della porta semichiusa del Circolo dei nobili. Persino un cane di passaggio si ferma per alzare la zampa dritto sulla finanziera lunga fino a terra dell’uomo assolutamente immobile. D’un tratto la presunta statua chiama a sé il giovane con un movimento del braccio, spalanca la bocca e articola per due volte “Madonna biniditta!” e poi “Tu sei… Tu sei un cane da caccia”. Dopo di che il vecchio serra le palpebre e torna alla sua immobilità. Il forestiero fa un inchino e riprende la sua strada; intanto alla locanda della signora Concettina Adamo stanno portando il suo baule, dove giorni prima sono arrivate altre sue quattro valigie. Nessuno sa chi sia questo strano personaggio e persino il geometra Fede, che riesce sempre a sapere tutto dei nuovi arrivati, non cava una parola quando prova ad avvicinarlo dopo averlo cercato “per strade e straduzze”. Anzi, no. Secondo la padrona della locanda il nome dei tizio è Santo Alfonso de’ Liguori, ma a molti suona piuttosto strano. I giorni passano, la curiosità aumenta, e un giorno al Circolo dei nobili giunge voce che il tale ha preso casa e aperto una farmacia, sulla quale l’insegna recita: Farmacia Alfonso La Matina. “Madonna biniditta!” esclama il marchese Peluso, uno dei due membri realmente nobili del circolo. Ma certo, il figlio di Santo La Matina! Qualche anziano si ricorda che da bambino - aveva quattro anni l’ultima volta che lo avevano visto - in città lo conoscevano come Fofò. L’ultima mattina di febbraio il servo del marchese Peluso va da lui per vestirlo e portarlo, come ogni giorni, al circolo, ma trova il letto sfatto e vuoto. Il vecchio non si trova e non si capisce dove possa essere andato da solo, dal momento che da anni le sue condizioni di salute gli impediscono di camminare. L’uomo viene ritrovato in riva al mare, nell’acqua, morto, e tutto fa pensare che abbia voluto uccidersi. Ma questo è soltanto l’inizio. Proprio come in una battuta di caccia, ad uno ad uno cominciano a morire altri membri della nobile famiglia…

Nella nota finale di questo che è uno dei più bei romanzi di Andrea Camilleri, pubblicato per la prima volta nel 1992, l’autore racconta che esiste un film inglese che parla di un nobile, appartenente al ramo cadetto della famiglia, che ad un certo punto decide di diventare il titolare dello stemma e quindi mette in atto un piano per eliminare tutti i familiari che ostacolano questo suo desiderio fino a sfrondare tutto l’albero genealogico. Ecco, avverte Camilleri, se qualcuno pensasse che l’ispirazione per questo romanzo gli sia arrivata da questo film, si sbaglia alla grande. L’idea, dice, nasce ventidue anni prima (rispetto all’anno della pubblicazione), mentre leggeva il saggio in due volumi Inchiesta sulle condizioni sociali ed economiche della Sicilia (1875 – 1876); per la precisione ad ispirare questa storia – che si sviluppa come un giallo ma arricchendosi di tutte le migliori sfumature che la scrittura del vecchio maestro conosce – sono state due battute che si leggono ad un certo punto tra le 1411 pagine di questa opera. Un tale domanda al responsabile dell’ordine pubblico di un paese: “Recentemente ci sono stati fatti di sangue al suo paese?”. Al che quello risponde: “No. Fatta eccezione di un farmacista che per amore ha ammazzato sette persone”. Come capita spesso nei suoi godibilissimi romanzi “storici”, da una suggestione limitata anche ad una sola battuta Andrea Camilleri è capace di imbastire una storia divertente e intrigante – anche interessante sul versante della realtà politico sociale all’indomani dell’Unificazione -, a partire da quella lingua così originale, elaborata nel tempo ma che qui ha già una sua dimensione unica e personale destinata a diventare un marchio di fabbrica. La stagione della caccia è forse il primo romanzo che ottenne all’epoca un immediato successo di pubblico e critica; sempre valido resta quanto ha scritto Giuseppe Passarello nel 2002: “La godibilità della trama, la novità di un linguaggio ricco di vocaboli dialettali, l’attrazione naturale del poliziesco, incontrarono subito il gradimento di un pubblico vastissimo e divertito, che apprezzava anche la vena di intelligente ironia diffusa in personaggi e ambienti descritti con essenzialità e immediatezza”. In pratica il miglior Camilleri di ieri e oggi in una istantanea, il segreto del successo dei suoi splendidi romanzi storici, riassunto in poche parole. Se questo libro vi è sfuggito fino a questo momento, non aspettate ancora, siate certi che non vi deluderà.



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