La stanza dell’eco

La stanza dell’eco
Un orologio da taschino a cui manca la lancetta dei minuti; fagioli in scatola; un'antica mappa del mondo divorata dalle tarme – ma tanto è un falso; l'anta di un armadio sorretta da qualche pila di volumi dell'enciclopedia per diventare un tavolo; una radio che si accende di fruscii alle sei; una cartolina che si chiama “Prima neve a Suez” e due pezzi di terra secca, simili a cacche di capra, da infilare nel condotto uditivo: è il catalogo (incompleto) di quel che si può trovare in una soffitta di Gullane, Scozia. In questo “spazio a forma di tenda” c'è anche Evie Steppman che a sessantaquattro anni ha deciso di scrivere la storia della sua vita. Da dove iniziare? Dal principio, è ovvio: da due orecchie sorprendenti, in grado di assorbire i suoni come spugne affamate di rumore. Nell'utero, al sesto mese di gestazione, Evie ha sentito per la prima volta il mormorio del mare, distante eppure vicino; appena nata – con due mesi di ritardo – ha percepito il corpo muto di sua madre, morta per darla alla luce, e la follia incipiente di suo padre. Più avanti negli anni, nascosta sotto il banco delle cipolle, ha udito gli innumerevoli suoni del mercato di Lagos; l'arrivo dell'harmattan – il vento polveroso che rende tutto color ruggine – e il bisogno d'indipendenza della Nigeria. Un giorno è caduta in un pozzo e ha appoggiato un padiglione auricolare sul terreno: ascoltava il sottosuolo e poi quel che c'era ancora più in basso, quasi dentro al nucleo infuocato del pianeta. Se lo vuole Evie riesce a captare anche il fiume di sangue che le scorre nelle vene e il minimo scricchiolio delle sue ossa, ma fino a quando? Il signor Rafferty, o più semplicemente suo nonno, è seduto accanto a lei su una panchina di Edimburgo e le sta dicendo qualcosa. Piove, la gente scappa a ripararsi al chiuso, loro invece restano lì; lui urla, lei...   
L'effetto dell'eco fa sì che le nostre parole dopo qualche giro nell'aria tornino a trovarci; più brevi e diverse. Evie Steppman raccoglie le voci (e non sono solo suoni ma anche diari, lettere e oggetti) delle persone che ha incontrato nella sua vita e le riunisce nella soffitta per catalogarle, tradurle in una scrittura propria e dar forma così alla sua storia. La gente parla e scrive, ma sembra che siano pochi – quasi nessuno – quelli che con Evie dialogano: il padre non ha trovato nemmeno il tempo per darle un nome; il nonno non sempre si ricorda di lei e l'attrice Damaris, l'unica amante che Evie abbia mai avuto, l'ha portata nel luogo sbagliato. Così, con la consapevolezza che l'udito peggiora con l'avanzare dell'età, alla Steppman non resta che ascoltare e nutrirsi di parole altrui. Anche Luke Williams, l'autore della Stanza dell'eco, si alimenta in modo simile: il romanzo contiene infatti passaggi, lievemente modificati, di opere di Günter Grass, Bruno Schulz, Georges Perec, Robert Louis Stevenson e altri; inoltre, il diario di Damaris – uno dei momenti più intensi del libro – è scritto da Natasha Soobramanien. Quel che ne vien fuori sono quattrocento pagine dense e complesse, piene di storie che si intrecciano con altre storie, infilate una dentro l'altra come matrioske che così acquistano un senso nuovo e autonomo. E stupisce non poco che i personaggi di Williams, nonostante le influenze letterarie e i rimandi, non somiglino a niente e a nessuno: hanno in sé qualcosa di irrazionale e allo stesso tempo comprensibile (vedi Nikolas, il raccoglitore di sterco umano), sono fuori dal tempo, solitari e spesso tanto cinici da far impallidire (come la signora Honeyman, a dispetto del suo nome); vale la pena di ascoltarli o – in mancanza di superorecchie – di leggerli.

 

 

 

 
 
 
 
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