La stanza di sopra

La stanza di sopra

Ester è un’adolescente lasciata a sé stessa, intrappolata nella malattia di suo padre. Ogni sera sale le scale che la riportano a casa: le piacciono, perché sono accarezzate dal sole morente. In casa, invece, tutto è fermo e buio, come quel padre nella stanza di sopra: tutto è appoggiato al silenzio, persino sua madre, così devota – interamente devota – a quella stanza di sopra, così “ubriaca di stanchezza”. In casa tutto è rassegnazione, come quei capelli di sua madre, la maestra, così stretti in una coda sofferente, così poggiati, immobili e piatti, sul suo cranio. Ester non tocca cibo in casa, perché ha “in bocca il gusto di niente”, perché lì cenerebbe, anche quando c’è la madre, in solitudine e per abitudine: senza alcuna convivialità. Se ne sta ferma, scavata nel suo letto – “una macchia sulla coperta” –, di fianco alla stanza di suo padre – “l’uomo senza promesse” –, o passa il tempo fuori, fuori da quella casa, a fumare, a baciare ragazzi. E poi c’è lei, l’amica dalla vita perfetta, la sua crocerossina: così avvolta nel suo mondo fatto di libri, di immagini, di irreale perfezione; lei che non può uscire la sera, perché suo padre non vuole: lei che solo davanti a lui, a suo padre, si lascia scoprire vulnerabile e imperfetta. E poi c’è l’uomo della festa, e un vuoto immenso che non si può riempire, ma soltanto sentire…

La stanza di sopra è il romanzo d’esordio di Rosella Postorino (le valse, nel 2007, la candidatura tra i tredici finalisti dello Strega), ripubblicato, a distanza di undici anni da Feltrinelli (mentre l’autrice, quest’anno, è tra i finalisti del Premio Campiello con Le assaggiatrici). “Spesso l’angoscia per il dolore che prova chi amiamo, unita all’impotenza, si trasforma in rabbia. Anche e proprio verso chi amiamo”, spiega la Postorino in un’intervista a Mangialibri. E il correlativo oggettivo di questo dolore indicibile – ma che pure, nel romanzo, viene delineato con straordinaria cura, incastonando e incasellando le parole, quelle giuste, che s’incastrano alla perfezione l’una all’altra perché l’immagine sia restituita precisa, perché i sentimenti e il dolore divengano, da torbidi, sensibilmente e limpidamente di tutti – è quella macchia sul pavimento che c’è da lungo tempo e che non si sa bene da dove sia saltata fuori a sporcare proprio quella stanza, proprio quella casa. È “un legame di cemento” la famiglia: fondamenta su cui costruire e/o mura dentro cui restar bloccati, non-sbocciati. Stanze da cui scappare, e a cui sempre ritornare. Le persone che si muovono intorno a Ester sono un ruolo (il padre, la madre, l’amica, l’uomo della festa, il padre dell’amica…), ma non hanno un nome, un’identità reale: o meglio Ester non può vederla, perché fatica a riconoscere la vita (“sono petali aperti che ritornano bocciolo”, dice di sé), perché la cerca solo nello sguardo di vetro del padre, e perché dagli altri non vuole altro che la ripetizione di quello sguardo, solo quello e nient’altro… “Mi sento guardata. Mi sento capita”, pensa – s’illude – quando crede di averlo incrociato davvero quello sguardo del padre in un altro padre… Perché, in fondo, saper guardare è saper amare, e scrivere – e la Postorino ce lo dimostra – è custodire nello sguardo, donare in parole e sfiorare il cuore, attraverso le diverse declinazioni dell’amore.



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