La stella di David

La stella di David
La tesi è chiara, senza alcuna possibilità di equivoco, evidente nella sua nuda semplicità: la stella di David non è il simbolo dell’Ebraismo. Quello che l’immaginario collettivo riconosce istintivamente come l’emblema di una storia, di un’anima, di un popolo, proprio dal punto di vista storico non riveste affatto il ruolo che un vero simbolo – si pensi alla croce cristiana o alla falce e martello – dovrebbe. “La stella di David non è di per sé un simbolo ebraico. E per questa ragione non è il Simbolo dell’Ebraismo”. Nella tradizione ebraica nessuno studioso o cabalista, nessun esponente della letteratura chassidica si è mai posto il problema di indagare il significato del Magen David, lo Scudo di David, questo il vero nome della stella a sei punte, l’esagramma chiamato così in riferimento ad una leggenda che parla dello scudo magico del re David costituito da una struttura metallica di due triangoli incrociati a sostenere una copertura in pelle. L’esagramma ha anche un altro nome, Sigillo di Salomone, che allude ad un’altra leggenda, quella legata all’anello magico del grande re, usato come sigillo e per controllare i demoni e gli spiriti. Ma con nessuno dei due nomi il segno compare nello Zohar, uno dei testi fondamentali della Kabbalah, né negli scritti del grande cabalista del 500 Luria. Qual è la ragione di questa assenza clamorosa? È semplice: la stella a sei punte, come anche il pentacolo e tanti altri segni compresa la svastica (che in una sinagoga di Cafarnao del II-III sec. affianca un esagramma!), non è altro che un elemento ornamentale che si perde nella notte dei tempi di popoli come fenici, assiri, babilonesi, indiani, per essere ritrovato più tardi persino nelle moschee e nelle chiese cristiane, noto allo Zoroastrismo e giù nei secoli fino ai Raeliani. Ma esso è soprattutto noto nel mondo dell’occultismo come segno magico capace di protezione e guarigione, un talismano in grado si tener lontani demoni e malefici. È probabile che il segno abbia origine nei testi di Aristotele per indicare la combinazione degli elementi basici rappresentati dai due triangoli diversamente orientati. In molte tradizioni infatti il triangolo rivolto verso il basso rappresenta il femminile, l’acqua, la terra, l’altro il maschile, il fuoco, l’aria: il dualismo che trova armonia nella combinazione, ad esprimere l’equilibrio del creato  e quello tra l’uomo e Dio. A partire dall’800, in un momento in cui l’ebraismo pare perdere forza religiosa, l’esagramma comincia a comparire nel ghetto di Praga nei cimiteri, sulle lapidi, negli stemmi nobiliari, sugli edifici, nel colophon dei libri. Sembra quasi un’ossessione, un bisogno impellente di un’immagine che rappresenti un’identità che la Storia ha messo in discussione. Perché Magen David è “un simbolo senza popolo per un popolo senza simboli”, nonostante la Menorah, il candelabro a sette bracci che Scholem rivendica come unico vero segno antico dell’Ebraismo. “Il congresso di Basilea sancì una svolta  e col sionismo Magen David assunse da quel momento un ruolo diverso. Ma fu con l’Olocausto che la Stella prese un significato reale. E ricevette un senso spirituale, di pienezza, che fino a quel momento non aveva mai avuto”. Quando i nazisti imposero a tutti gli ebrei sopra i sei anni di portare sui vestiti la stella gialla con la parola Jude inscritta, fu solo allora che essa divenne un simbolo, di umiliazione per carnefici, di appartenenza per gli Ebrei. Da segno distintivo nei campi di concentramento assurse nella Storia a simbolo vero: della sofferenza di un popolo, della crudeltà senza scusanti perpetrata su un numero assurdo di uomini, donne e bambini. Quando Scholem scrive che fu allora che Magen David divenne “degno di illuminare il cammino verso la vita e la ricostruzione” non è né stizzoso come qualcuno ha interpretato, né si contraddice con sfacciato candore, come dicono altri. Dice solo la verità, decodificando perfettamente la realtà storica con occhio privo di pregiudizi. “La stella gialla come segno di esclusione e di sterminio ha accompagnato gli ebrei nell’umiliazione, nell’orrore, nella battaglia e nella resistenza. Se esiste un suolo fertile di esperienza storica da quale i simboli traggono il loro significato, questo è lo stato”. Ormai Magen David è il simbolo degli Ebrei …
Nato a Berlino nel 1897 da una famiglia ebraica borghese che aveva scelto, come tante, la strada dell’assimilazione nella società tedesca, il grande studioso del misticismo ebraico e del sionismo Gershom Scholem, amico di Benjamin Walter e Hannah Arendt, nel 1923 si stabilì a Gerusalemme dove fu tra i fondatori dell’Università Ebraica. Quando dal 1948 la bandiera sionista con la stella di David tra due fasce azzurre divenne la bandiera ufficiale dello Stato di Israele, Scholem scrisse questo saggio in cui confutava questa scelta corredando le sue ragioni con studi precisi e ricerche circostanziate, citando le fonti con la puntigliosità e il rigore filologico dello studioso (tedesco per giunta!) da sempre animato dalla convinzione che scandagliare il patrimonio ebraico della mistica lo avrebbe condotto all’essenza dell’Ebraismo. Ne furono pubblicati all’epoca  solo estratti, mentre imperversava il dibattito tra storici, politici ed esponenti religiosi; in esso il filosofo si inserì con la sua tesi audace. Scritta  dunque sessant’anni fa, quest’opera viene ora pubblicata, con una curatissima introduzione di Saverio Campanini, da La Giuntina a  ventisette anni dalla morte di Scholem, riaprendo polemiche e discussioni mai veramente sopite. Una monografia splendida, una lettura che non dovrebbero perdersi gli studiosi dell’Ebraismo, ma anche semplici appassionati di simbolismo. Il volumetto infatti, e  il saggio di Scholem in particolare, è assolutamente fruibile e accessibile ad un normale approccio: s’intende non superficiale.

 

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER