La steppa

La steppa
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Quando il protagonista di questa storia era ancora un bambino, i luoghi della sua infanzia apparivano molto diversi da come sono ora. La Ottalese era percorsa quotidianamente da mezzi che facevano la spola tra i centri abitati di Mortonago e Arimiate. Con il benessere ad incalzare, sembrava che la crescita economica non dovesse mai avere fine: piccole e medie industrie fiorivano, le infrastrutture diventavano sempre più complesse e nuovi cantieri venivano completati giusto in tempo per sopperire alla domanda di attività commerciali e famiglie della zona. Tra le quattro torri del complesso condominiale Villaggio San Felice riecheggiavano musica, schiamazzi di bambini e il rombo d’accensione di auto costose. La pianura si estendeva tutt’attorno rigogliosa e ospitale, e nessuno aveva ancora iniziato a chiamarla Steppa. Poi la crisi si è abbattuta sull’hinterland. I negozi hanno iniziato a chiudere uno dopo l’altro, i bambini hanno spostato altrove i loro schiamazzi e il rumore delle auto ha lasciato per sempre i parcheggi. Il protagonista se lo ricorda bene perché quello è anche stato il periodo in cui ha conosciuto Zeno e Aili e ha condiviso con loro le prime sigarette, la vodka alla fragola e i racconti sul sesso. Zeno era tutto ciò che lui avrebbe voluto diventare e Aili tutto ciò che avrebbe voluto possedere. Eppure, anche la più complice delle amicizie spesso non può resistere al precipitare degli eventi. Complice il degrado, i nomadi della Steppa sono ormai in attesa di riversarsi sulle città e questo non fa che aumentare la rabbia dei sui abitanti. Sembra che l’unico baluardo rimasto in difesa della civiltà sia l’organizzazione paramilitare Centuria, fondata dal carismatico Arcangelo, che promette di epurare una volta per tutte la Steppa dai suoi pericolosi occupanti...

p>La steppa è il romanzo d’esordio con cui Sergio Baratto ha vinto la XXIV edizione del Premio letterario “Giuseppe Berto”. Si legge sul sito ufficiale del Premio: “È questo un romanzo di iniziazione che sottintende un lucido giudizio morale, un’utopia negativa che non rinnega la terribile bellezza di una storia d’amore, un angolo della provincia lombarda che si allarga a contenere il mondo intero”. Le vicende si sviluppano infatti nel corso di alcuni decenni e raccontano di luoghi e persone che rimandano sia al passato che al presente del nostro paese. Se infatti l’ambientazione geografica e la situazione economica descritte ricordano molto quelle del nord Italia nel pre e post “miracolo economico”, il contesto socio-politico si avvicina moltissimo a quello odierno. Del resto come il genere distopico ci ha insegnato, le opere narrative portano all’estremo situazioni indesiderabili come monito di ciò che potrebbe accadere o critica a ciò che già sta accadendo. Il protagonista e i suoi due amici assistono con i loro occhi all’abbrutimento della società in cui vivono e al sorgere di un odio incondizionato contro il diverso. Se da bambini essi non sanno e non possono frapporsi al corso degli eventi, una volta adulti starà proprio a loro decidere da che parte schierarsi: cedere alla propaganda d’odio unendosi alla Centuria, o resistere? E se resistere, con quali mezzi e motivazioni? A fine lettura, nonostante il disperdersi del romanzo in aneddoti e racconti non sempre recepiti come necessari, due cose restano impresse. La prima è realizzare che la violenza – emotiva o fisica, esercitata su cose o persone – riempie a tal punto il nostro quotidiano da renderci assuefatti. La seconda è che, nonostante le brutture da cui siamo circondati, la luce della speranza continua ostinata a segnalare il suo percorso, che sta a noi soli decidere se intraprendere o meno.



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