La stiva e l’abisso

XVII secolo. A bordo di un galeone spagnolo preda della bonaccia un capitano è solo con i suoi foschi pensieri. Da un mese giace nel letto, confinato nella sua cabina a causa di una grave infezione a una gamba. L’arto gli sta andando in gangrena e va amputato, l’uomo ne è consapevole, ma l’unico membro dell’equipaggio in grado di fare un’operazione del genere è stato ucciso da degli indigeni durante il viaggio e il capitano non si fida degli altri, una manica di bruti e infidi tagliagole. Se la bonaccia non cesserà, il suo destino è segnato. Ogni giorno che passa la puzza della sua gamba in putrefazione si fa più intenso. Dal letto della sua cabina il capitano cerca comunque di rimanere informato sulla vita della nave: ma quando qualcuno entra per aggiornarlo su lavori, punizioni, decessi e chiacchiere dei marinai gli si legge sul volto il disgusto per il cattivo odore. L’unico che pare non fare caso alla puzza è il suo secondo, l’ineffabile Menzio, un bizzarro ignorantone che ha una vera fissazione per il deretano delle donne (e del giovane mozzo Manolito) e per i neologismi. Menzio racconta al capitano una strana storia: a quanto pare un marinaio il giorno prima si è gettato in mare per motivi misteriosi ed è annegato. Il suo compagno di cuccetta sostiene che volesse raggiungere a nuoto il relitto del “Verdugo”, un galeone colato a picco anni prima che si dice fosse carico d’oro. E non è tutto, il capitano intuisce spagnolo che sulla nave sta succedendo qualcosa di ancora più strano: gli uomini sono insolitamente calmi e soddisfatti, circolano strane voci su voluttuosi passatempi notturni e sul veliero grava un fortissimo, inspiegabile odore di pesce. Per il capitano costretto nel suo letto scoprire cosa si nasconde dietro a quelle voci e l’origine dell’odore di pesce – fatti che sono strettamente legati, per quanto ciò sembri inverosimile – diventa una vera ossessione…

È ben nota (e più che condivisibile) la passione di Michele Mari per i romanzi d’avventura. “Io da bambino e da ragazzo ho divorato decine di libri d’avventura: hanno costituito una sorta di battesimo. Sono stato tenuto a balia da questi autori, da queste voci, e quindi ho sempre avvertito nei loro confronti affetto e gratitudine. (...) Lo stesso Robert Louis Stevenson disse che aveva scritto L’isola del tesoro fondamentalmente per tornare a giocare ai pirati, per tornare a fare quello che faceva da bambino”, ha dichiarato lo scrittore in una recente intervista. Ma nel caso de La stiva e l’abisso i tòpoi dei romanzi marinareschi o di pirati rappresentano solo un punto di partenza, il pretesto per una riflessione che ha molto del filosofico e un po’ anche del visionario. Il povero capitano spagnolo bloccato a letto da una terribile gangrena, che trova consolazione soltanto nel fantasticare sull’amputazione della sua gamba (“Mi diletta immaginarlo in modo sempre diverso e più l’immagine è precisa, più riesce a placarmi”), è costretto a farsi raccontare il mondo, a immaginare la realtà fuori dalla sua cabina basandosi solo sull’intuizione, sulla deduzione, sulle vaghe tracce sensoriali che lo raggiungono – odori, voci o canti, rumori – finanche sul sogno e sul delirio febbrile. Una metafora potente della condizione umana, che Mari colora di un’ulteriore sfumatura: quel misto di smarrimento, fascino e paura che l’uomo prova di fronte al fantastico, all’inconoscibile, al sovrannaturale. La sottotrama dei “pesci” (sirene? dugonghi? lamantini? illusioni collettive?) che ogni notte si infilano nei letti dei marinai e “in cambio” di un rapporto sessuale raccontano loro “storie” ipnotiche – veri trip sensoriali – dona al romanzo un fascino particolare, potenziato dal lavoro clamoroso che Mari fa sul linguaggio. Un linguaggio vivo, espressionista, metà sperimentalismo poetico metà sberleffo, che contribuisce in modo decisivo a rendere La stiva e l’abisso un imperdibile gioiellino.



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