La storia di Chicago May

La storia di Chicago May
Irlanda, fine ‘800. Febbre e carestia hanno sterminato metà della popolazione. I sopravvissuti vivono tra fame, ignoranza, povertà e sfruttamento senza scrupoli da parte di pochi proprietari terrieri. Unica chance di cambiare vita, l’emigrazione. E infatti le cittadine di campagna si svuotano, i giovani vanno in America o in Inghilterra a cercar fortuna, rimangono solo vecchi malinconici, donne, bambini. Anche a una bella ragazzona di nome May Duignan il paesino di Edenmore, quattro case su una verde collina, sta strettissimo. A 19 anni ruba tutti i risparmi di famiglia e si imbarca su un piroscafo che fa rotta verso gli States, regalandosi un viaggio in prima classe come una ‘vera’ signora elegante. E’ l’inizio di una vita avventurosa e drammatica, che la porterà a vagabondare nel West in compagnia di bari e fuorilegge, a prostituirsi nei terrificanti quartieri a luci rosse di Chicago tra frettolosi amplessi e borseggi ai danni del gonzo di turno, a calcare i palcoscenici americani ed europei come ballerina di can-can, a tentare di fare la mogliettina tranquilla di un giovanotto alcolizzato e mentalmente disturbato, a essere complice di rocambolesche rapine a caveau di banche, addirittura a scrivere un’autobiografia...
“La gente corre via: così si definisce di solito la fuga. Ma si può anche correre verso qualcosa”, scrive la giornalista dell’Irish Times Nuala O’Faolain, che – innamoratasi della figura picaresca di una malvivente dei primi del ‘900 sua connazionale – ha deciso di ripercorrere la sua vita, basandosi sull’autobiografia "Chicago May, Her Story: A Human Document by The Queen of Crooks" pubblicata nel 1928, poco prima della sua morte, ma anche e soprattutto basandosi su nuove ricerche documentali, testimonianze dirette e indirette e... intuizioni. Già nelle prime pagine si avanza l’ipotesi (plausibile, ma non suffragata da alcun fatto) che May sia fuggita di casa lasciando la famiglia sul lastrico per vendicarsi di abusi sessuali da parte del padre, e anche nei capitoli successivi - per quanto la O’Faolain non si sia certo tirata indietro davanti alla necessità di fare complesse ricerche – le ipotesi arbitrarie sono un ingrediente fisso del memoir. Del resto - ci avverte l’autrice – nella sua autobiografia (viziata dalla voglia di presentarsi al pubblico come una romantica, fascinosa mascalzona con buona pace della realtà) la Duignan descrive i luoghi, i fatti, le persone. Ma non i sentimenti. E invece è proprio la sua umanità, il suo cuore il territorio che più interessa esplorare alla giornalista irlandese. Quindi la O’Faolain riempie sistematicamente i gap biografici con la sua immaginazione, procede per congetture, e infarcisce la narrazione dei fatti con espressioni come “immagino che May abbia detto”, “suppongo che May a quel punto abbia fatto”, “credo che sia possibile pensare che May abbia pensato”: il risultato finale è una May Duignan, magari credibile, sicuramente affascinante, ma chissà quanto lontana da quella reale. La fuorilegge diventa più che altro il simbolo di una femminilità che si ribella alle angherie di una società oppressiva e maschilista, e il pretesto per tramandare una memoria di genere troppo spesso soffocata dalla cultura patriarcale. Nobile pretesto, peraltro.

 

 

 
 
 
 
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