La strada del nord

La strada del nord
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Dalla primavera del 1923 Julius G. Grant a Tirana è a capo della missione diplomatica degli Stati Uniti d’America. All’inizio non era stato affatto entusiasta dell’assegnazione, convinto che quel paese, nato da poco come stato, non avrebbe aggiunto nulla alla sua carriera in ascesa; ben presto si era ricreduto, quando aveva capito che l’incarico era anzi assai prestigioso perché l’Albania – che a quanto pareva custodiva preziose quantità di petrolio – era al centro di grossi interessi economici, e quindi anche politici, che avevano come protagonisti stati quali l’Inghilterra e l’Italia, oltre naturalmente alle grandi compagnie petrolifere. “Il petrolio era il pupillo segreto della nuova diplomazia”. Il clima nel quale Grant viveva da un anno era poco disteso, per via dei giochi politici in atto: dopo secoli di dominio turco il passaggio alla modernità era assai difficile e vedeva contrapposti i clan aristocratici musulmani - che non intendevano abdicare al potere arroccato in armi nei castelli secondo un sistema feudale – alla minoranza liberale di ortodossi e cattolici costituita per lo più da esuli rientrati in patria e decisi a rimanerci. Bastava una scintilla, insomma, per innescare una miccia che poteva far esplodere una situazione costantemente tesa. E la scintilla scocca il 6 aprile 1924 a Mamurras, nella zona montuosa del Paese, quel nord così orgoglioso e antico, proprio lì dove ci sono i famosi giacimenti petroliferi, tra l’altro. Quel ponte sul fiume Droja, riparato spontaneamente dopo la guerra dagli abitanti del villaggio, ha sempre avuto una fama sinistra e c’è chi giura di aver sentito le urla dei fantasmi dei soldati francesi che vi erano saltati in aria e di aver visto le ondine e gli altri strani esseri fluviali e boschivi aggirarsi e tendere agguati agli uomini. In una limpida domenica mattina, la tregua che da un po’ durava, si spezza e sinistra spari riecheggiano; in mezzo al quel ponte c’è un’auto sbarrata da grosse pietre con gli sportelli aperti. All’interno due uomini accasciati e coperti di sangue, uno sul volante, uno sul sedile posteriore, un altro a terra poco più in là. Chi sono quegli uomini? Chi ha teso loro quel vile agguato? Chi ha osato infrangere le leggi sacre del Kanun? Da quelle parti neppure il peggior malvivente assassino si spingerebbe a tanto…

Per il suo romanzo d’esordio, la scrittrice albanese (residente a Berlino) Anila Wilms, laureata non a caso in Storia, sceglie una pagina oscura della storia della sua terra, un episodio mai veramente chiarito accaduto in un momento delicatissimo nel quale il Paese è assolutamente disunito. Lo spunto giallo – per altro emblematico della confusione, del clima di sospetto, delle tensioni politiche del momento – è l’occasione per un affresco storico fotografato mentre i valori tradizionali, resistenti a qualunque cambiamento, si scontrano con le esigenze di modernità che possono portare il neo stato a misurarsi nel panorama internazionale. Di queste aspirazione vorrebbero approfittare, per un tornaconto personale, gli stati europei e l’America del presidente Wilson; il tutto alle porte di uno stato ancora inquieto come è la Grecia e con l’Italia di Mussolini troppo vicina dall’altra parte del mare. Tra le resistenze più forti quelle della scorbutica gente del nord che ha tenuto lontano dalla strada d’accesso alle montagne chiunque, “che combattessero all’insegna della croce o della mezzaluna o addirittura venerassero dei della steppa della Mongolia”, e ne sanno qualcosa gli austriaci che hanno provato a modificarla per rendere più comodo il passaggio durante la Grande Guerra o gli stessi gendarmi di Tirana quando, dopo la guerra, questa è diventata la capitale. I montanari obbediscono soltanto al loro codice sacro, quello del Kanun, e nessuno osa infrangerlo. L’omicidio dei due americani sul ponte sulla strada del nord è un grave affronto a quel codice e innesca una serie di eventi e reazioni, nel già precario equilibrio della fragile democrazia, che apriranno le porte alla dittatura. Il merito di Anila Wilm è di raccontare una pagina di storia a noi così vicina eppure quasi completamente sconosciuta, di un Paese altrettanto vicino e altrettanto sconosciuto, e lo fa con una scrittura piacevole e scorrevole confezionando una vicenda di intrighi politici ed economici che non può non piacere a chiunque si interessi di Balcani. Una delle cose più belle del romanzo è la voce in parallelo che fa da contraltare alla vicenda, quella del microcosmo del bar che serve a dare il polso della gente comune, come fosse la voce della collettività, del cittadino qualunque. Una voce che spesso strappa un sorriso ma è anche malinconica e a volte commossa. Tra i personaggi che intervengono tra una bevuta e l’altra spicca quella dell’ex insegnante Keno Efendi, con i suoi commenti caustici, ironici, lapidari, attesi da tutti come quelli definitivi su ognuno degli accadimenti. Non dispiace affatto, anzi tutto il contrario, l’ironia di una scrittura capace di evidenziare anche i lati comici di alcune situazioni paradossali che possono divertire il lettore, il quale con una certa leggerezza si ritrova ad aver spesso imparato qualcosa di nuovo sulla storia recente (conoscete, per esempio, cosa simboleggia l’aquila nera che campeggia su fondo rosso nella bandiera albanese?). Attenzione soltanto a non aspettarsi un giallo in senso stretto a causa di qualche definizione troppo superficiale, si rischia di rimanere colpevolmente delusi da un libro davvero bello.



 

 

 

 
 
 
 

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