La strada interrotta

La strada interrotta

Che spettacolo il Danubio! Dopo aver varcato i confini dell’Ungheria si arricchisce così tanto grazie agli affluenti che, ad un certo punto, nel centro emerge una piccola isola sulla quale svettano una cupola e un minareto, e vi passeggiano uomini dagli abiti di foggia ottomana. Quella piccola isola è un “unico frammento superstite in Europa centrale […] di quell’immenso impero che era stato fermato e poi costretto ad arretrare solo davanti alle porte di Vienna”. Sulla sponda opposta le montagne della Jugoslavia… A Sofia le strade sono occupate in buona parte dalle baracche degli zingari e nel mercato il frastuono di ragli e nitriti è tale che pare lì “fosse stato riunito tutto il bestiame della Bulgaria occidentale”. Eppure in centro “vi regna un’atmosfera leggera e ariosa”, e le statue, le chiese, i giardini sono bellissimi; mentre nei locali “l’intellighenzia, davanti a minuscole tazzine di caffè turco, giocava con i suoi grani d’ambra e discuteva dell’ultimo editoriale dell’Utro”… Finalmente, dopo giorni e notti all’addiaccio in granai e altri rifugi di fortuna, è tempo per il giovane Patrick di trascorrere “giorni felici e sfarzosi” nella residenza del console britannico, grazie a Rachel Floyd, la compatriota con cui pochi giorno prima ha condiviso un cocomero sul piroscafo sul Danubio…

Insofferente alle regole – motivo per cui la sua carriera scolastica è stata piuttosto turbolenta – nel 1933 il diciottenne Patrick Leight Fermor prende uno zaino e due libri di poesie e, con una sterlina fermo posta alla settimana, parte per un lungo e straordinario viaggio a piedi (in parte in treno) da Hoek van Holland, nei Paesi Bassi, fino a Istanbul. Soltanto quarant’anni dopo dai taccuini e diari di quel viaggio nascono Tempo di regali del 1977 e Fra i boschi e l’acqua del 1986, entrati a giusta ragione nella classica e più importante letteratura di viaggio; il racconto però si ferma a 800 chilometri dalla meta, alle Porte di Ferro tra i Carpazi e i Balcani. Fino alla fine di suoi giorni Fermor, morto nel 2011 a novantasei anni, nonostante nel frattempo diari e taccuini siano ormai andati perduti, ha continuato a scrivere e rivedere l’ultimo volume che avrebbe concluso la trilogia, senza riuscire però a portarlo a termine. Ci hanno pensato due anni dopo la morte i suoi esecutori testamentari, Colin Thubron e Arteris Cooper, portando alle stampe La strada interrotta. Il racconto riguarda soprattutto i Balcani, terra difficile e straziata da guerre continue eppure preziosa e affascinante cerniera tra Oriente e Occidente. L’attenzione del viaggiatore, curioso di ogni aspetto della civiltà locale, è volta agli usi e costumi, ai cibi, alla natura e alle opere dell’uomo. E così ad ogni rigo emerge la capacità di Fermor di calarsi con interesse autentico nella realtà dei luoghi visitati: lo troviamo intento a calzare i cervuli, a condividere allegre bevute di slivo, ad osservare curioso gli uomini che indossano i kalpaci calati sulle teste. Numerose le curiosità geografiche e linguistiche: apprendiamo, ad esempio, che i bulgari chiamavano Costantinopoli Carigrad, ovvero città degli zar, in pratica Cesaropoli. Interessanti anche i ritratti dei personaggi incrociati lungo la strada, che a volte condividono anche una parte del percorso; nei primi due capitoli infatti Patrick viaggia con Nadežda, una simpatica e disinvolta ragazza greco-bulgara, preziosa compagna di scoperte e avventure. Come già sottolineato – nonostante chi ha letto i due precedenti reportage lamenti un certo calo di freschezza e smalto – il pregio maggiore che i curatori sono riusciti a far emergere dal racconto è la curiosità, talmente spontanea e sincera da donare un naturale gusto lirico e sfumature quasi oniriche a gran parte delle descrizioni. Il viaggio si conclude, per la verità, sul Monte Athos, e chi si aspetta un racconto ampio su Costantinopoli cui sono dedicate soltanto poche parole, potrebbe restare deluso. Evidentemente l’interesse di Fermor per la Grecia, che indirizzerà gran parte della sua produzione e anche della sua vita dopo quello straordinario viaggio, era già evidente all’epoca. In ogni caso l’intera trilogia è assolutamente raccomandata a chi si interessa di viaggi e si è lasciato affascinare da autori come Kapuściński. Non ne sarà deluso.



 

 

 

 
 
 
 

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