La strada per Los Angeles

La strada per Los Angeles
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California, anni '30. Arturo è orfano di padre, e per questo deve lavorare duro per mantenere la madre e la sorella, malgrado sia solo un ragazzo. Ha fatto mestieri molto diversi: spalatore, lavapiatti, scaricatore di camion, commesso di drogheria. Il minimo comun denominatore è che invariabilmente dopo qualche giorno litiga con i datori di lavoro e molla tutto. Trova pace solo nella Biblioteca pubblica, dove sfogliando libri di Nietzsche sbircia le gambe della bionda bibliotecaria di cui è pazzamente invaghito, e in un baretto vicino al porto, in cui stupisce gli umili avventori sparando citazioni colte a raffica e lasciando mance che non potrebbe assolutamente permettersi. Casa sua è “a due piani, stuccata in rosa con certi grossi pezzi di stucco che si scrostavano dalle pareti per via dei terremoti”. Arturo in casa passa il tempo a dire bugie sul lavoro e far piangere la madre, a insultare la religiosità della sorella, a dormire sul divano. Disperate, le due donne chiedono l'intervento di uno zio, che deve rimettere in carreggiata l'adolescente pazzoide...
Ecco il romanzo d'esordo di John Fante, scritto tra 1933 e 1936 ma mai pubblicato perché respinto da tutti gli editori allora interpellati, sbattuto in un cassetto dal quale è uscito solo nel 1985, due anni dopo la morte del suo autore. Eppure si tratta del romanzo in cui viene introdotto un personaggio celeberrimo, quell'Arturo (Gabriel) Bandini mattatore della trilogia (che quindi scopriamo essere in realtà una quadrilogia) costituita da Aspetta primavera, Bandini - collocato cronologicamente ancora prima de La strada per Los Angeles Chiedi alla polvere e Sogni di Bunker Hill. Eppure “ci sono dentro alcune cosette che metterebbero il fuoco al culo a un lupo”, come scriveva lo stesso Fante a Carey McWilliams in quegli anni, anche se “forse è un pochino troppo forte, cioè mancante di buon gusto”. La prosa è spartana, asciutta tanto quanto le fantasticherie di Arturo sono ipertrofiche, contorte, barocche.  L'adolescente italoamericano che durante la Grande Depressione - ma probabilmente avrebbe fatto lo stesso in qualsiasi altro tempo e luogo, l'intento di Fante non è verista né di denuncia sociale - sfugge alla sua realtà quotidiana rifugiandosi in una ostinata e continua fantasticheria, che non sa tenersi un lavoro, che stordisce tutti di paroloni tratti da libri difficili che fa solo finta di leggere, che fa il misogino (per paura) ed esorcizza il mistero femminile masturbandosi per ore rinchiuso in uno stanzino o nel bagno rimirando ritagli di riviste attorno a ognuno dei quali inventa una storia, un'avventura, un amore, una vita alternativa un po' fa ridere e un po' fa rabbia. Ma in chi come me rivede in quella di Arturo Bandini la propria adolescenza, suscita solo una struggente, affettuosa malinconia.

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