La strategia del gambero

La strategia del gambero
Corrado Genito è perseguitato dall’immagine del collega Francesco Bagni. Anche in carcere il ricordo e le immagini di quella morte non lo abbandonano mai. Tutto si aspetta, tranne la proposta che gli arriva dall’ignorronzo (vabbè, facile capire l’etimologia) che i documenti identificano come Milo Carannante (nome di copertura Osso), ex brigadiere oggi appartenente ai Servizi. Un ex carabiniere sa quando accettare un “lavoro”, dire di sì significa uscire dal carcere e a suo tempo riavere un nome pulito, significa poter “vendicare” la morte di Francesco. Significa anche tante altre cose, qualcuna lecita qualcuna meno, se ci sarà un prezzo da pagare. E Genito è sicuro che ci sarà, lo valuterà quando gli verrà presentato il conto. Dovrà consegnare ai Servizi le teste di due ‘ndranghetisti, due famiglie saldamente insediate a Ranirate, un paesotto fra Milano e Varese. Gli Spanò e i Corallo si sono spartiti il pacchetto criminale: droga e prostituzione gli uni e usura gli altri, ma nell’Italia del “finché”, tutto ha una fine predestinata. La fragile e sospetta alleanza fra le due famiglie, che dovrà essere sancita formalmente col matrimonio fra i due rampolli, agli occhi degli inquirenti assume significati inquietanti. Altrettanto inquietante e ben più sorprendente è la strategia che Genito metterà in atto per raggiungere il suo scopo, ma mai quanto quello che emergerà da questa indagine “non autorizzata”…

Un romanzo in perfetto stile Colaprico, inventore di storie su quello che sa. D’altra parte se fai il giornalista occupandoti di “nera” , quello che succede nel sottobosco criminale della città e di conseguenza del Paese lo riconosci anche quando si presenta travestito. Il racconto di quello che succede nell’immaginaria Ranirate non è niente altro che quello che succede ormai da anni in Lombardia, di cui troviamo traccia nei quotidiani e nei notiziari. L’infiltrazione di quella mafia silenziosa che viene dalla Calabria (e sia chiaro che sto solo dando un’indicazione geografica) è ormai chiara e palese soprattutto alla magistratura, forse un po’ meno alla gente comune. La ‘ndrangheta, forse ancora più feroce della mafia siciliana o della camorra campana ma meno plateale nel modus operandi, tende a rafforzare se stessa prendendo il potere economico, non mette i suoi uomini all’interno delle Istituzioni ma tesse con le stesse intricati rapporti di sudditanza. Il linguaggio è pulito, liscio e senza fronzoli, con tanti termini che si rifanno a quello della delinquenza old style, quando anche le parole potevano identificare l’appartenenza ad un certo mondo (che poteva essere indifferentemente quello della mala o della pula). Colaprico punta il riflettore su più cose, come manovrando un occhio di bue, di quelli che in teatro si spostano da un protagonista all’altro. Ora sui malviventi, ora sull’ex carabiniere e le sue frequentazioni, ora su come i Servizi siano molto spesso (forse troppo), al di sopra delle leggi, forse non sempre per un bene superiore.

 

 

 
 
 
 

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