La targa

La targa

È cominciato tutto quella benedetta sera dell’11 giugno 1940, nel bel mezzo dei festeggiamenti per l’annuncio dell’entrata in guerra dell’Italia dato dal Duce il giorno prima. Anche il Circolo “Fascio & Famiglia” di Vigata è in festa, e ci sarebbe un clima di grande euforia se non fosse che proprio quella sera è tornato dal confino a Lipari quell’antifascista di Michele Ragusano. Eh no, mica ci può stare lì tranquillo a leggersi i giornali, quello! Una parola tira l’altra e dall’intimare all’uomo di lasciare il Circolo alle male parole il passo è breve. Sennonché il Ragusano se ne viene fuori con una strana uscita e al novantasettenne fascistissimo don Manueli Persico, “uno schelitro caminante”, rivolge beffardo una curiosa domanda:”Il nome di Antonio Cannizzaro vi dice nenti?”. L’anziano strabuzza gli occhi e poi si accascia. Morto. A stento Ragusano scampa al linciaggio e finisce dritto in carcere accusato di assassinio. Si farà richiesta di una pensione speciale per la venticinquenne vedova di don Manueli; per lui – manco a dirlo – funerali solenni e una targa commemorativa. Giusto, la targa. Per l’eroico fascista caduto . Insomma, caduto… Morto dopo un colpo apoplettico, ma è uguale. Una lettera anonima arriva però a insinuare qualche dubbio sul passato dello “squadrista arraggiato” della prima ora e qualche domanda sul tale Cannizzaro il cui nome aveva sconvolto Persico. Ma soprattutto: cosa si potrà finalmente scrivere sulla targa commemorativa nella via prescelta, già via Vespri siciliani?

Uscito per la prima volta il 30 giugno 2011 come allegato del “Corriere della Sera” nella collana Inediti d’Autore, La targa è stato riproposto da Rizzoli in occasione del novantesimo compleanno di Andrea Camilleri. Il testo di una targa celebrativa dà inizio ad una vicenda esilarante che raggiunge vette comiche ogni volta che, in seguito agli sviluppi della storia, diventa necessario ridiscutere cosa scrivere del presunto eroe fascista deceduto. Tutte le volte che Camilleri ha raccontato a suo modo il Fascismo, ad esempio ne Il nipote del Negus o ne La presa di Macallè, il tono farsesco e beffardo è stato capace di divertire il lettore, nonostante le amare e inevitabili riflessioni sull’ipocrisia e la retorica tipiche dell’epoca (o dell’Italia in generale?). In questo brevissimo – forse un po’ troppo, in relazione al prezzo – romanzo non è certo da meno. Camilleri sbeffeggia apertamente il revisionismo, l’opportunismo e certe dinamiche purtroppo così italiche; non è infatti un caso che alla fine l’ultima proposta per l’ormai surreale testo della targa sia semplicemente “Emanuele Persico, italiano”. Una lettura velocissima e divertentissima, in perfetto stile Camilleri “storico” dunque, sfumata con un gustoso sapore pirandelliano che pare quanto mai opportuno. In postfazione un breve scritto di Giuseppina Torregrossa che sembra la candida e disarmante ammissione di non sapere, in realtà, cosa dire ma che risulta ad ogni buon conto un simpatico omaggio al Maestro. Leggere questo Camilleri, seppure così breve, è sempre – più di ogni “Montalbano” - un grande piacere per lo spirito e un toccasana per l’umore.



 

 

 
 
 
 

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