La taverna del Doge Loredan

La taverna del Doge Loredan
Venezia. Una sera d’inverno, interno notte, una palazzina in via S. Felice. Quello che ha in mano quest’uomo sui quarant’anni, pelle scura e occhi chiari, fisico asciutto, è solo un libro malconcio senza copertina, senza nome, senza autore. L’ha appena ritrovato sopra a un armadio polveroso in cui crede, a memoria, di non aver più guardato da anni. Lui è il Signor Schultz, ex capitano di marina mercantile diventato tipografo ed editore. Schultz inizia a sfogliare il libro, con un gesto più automatico che interessato, poi è un attimo! Questo, signori, non è un libro qualunque. Schultz si trova catapultato nella Londra di due secoli fa e precisamente all’interno della vita avventurosa, piena d’intrighi, magie, eros, tradimenti, del giovane Jacob Flint, nobile gentiluomo inglese. Non c’è solo questo: la lettura è febbrile, la storia raccontata ha infatti analogie inquietanti con la sua vita, i personaggi li ha visti e conosciuti, forse con altri nomi ma ciò poco importa. C’è forse una sorta di oscura entità che tira le fila della trama del libro? Oltre a questa insolita sensazione, infatti, sono molte altre le cose notevoli di quel libro. C’è una donna sensuale e bella, anzi bellissima come poche al mondo: si chiama Nina ed è la proprietaria della Taverna del Doge Loredan. C’è un uomo malvagio e potente con una rara malattia che gli ha corrotto anche l’anima, uno che emana un fetore orribile e senza rimedio, tanto che nessuno riesce a stargli accanto tranne Nina. C’è un amore che Flint non riuscirà a controllare. Poi c’è uno specchio. C’è un incontro su di un treno e una donna che non nasconde la sua sensualità. C’è una statua di cera che rappresenta una donna meravigliosa con un lungo cappotto cammello, bella che sembra vera. C’è un certo Paso Doble, un personaggio che appare e scompare. Poi ci sono i sogni che strisciano e si rincorrono nelle loro lunghe notti. Ma sopra ad ogni altra cosa, c’è una domanda: quale di questi personaggi enigmatici riuscirà ad avere il controllo sull’anima e sul corpo dell’assolutamente indimenticabile Nina?
La taverna del Doge Loredan è un romanzo risalente agli anni ottanta, ed è considerato da molti il capolavoro di Alberto Ongaro. Libro sicuramente complesso che non deve però scoraggiare il lettore attento e un po’ fuori dalla “massa”, lontano da concetti di marketing e logiche da bestseller ultrapubblicizzati. Un romanzo nel romanzo, un’intricata storia di matrioske in cui realtà e finzione, surreale e concreto, onirico e reale s’intrecciano in un feuilleton raffinato e metaforico. Fin dalle prime righe s’intuisce che i romanzi che stiamo leggendo sono in realtà due, e due sono quindi gli incipit: il primo è quello di un manoscritto ritrovato e della sua narrazione attraverso il percorso della lettura, il secondo è quello della storia del lettore che ritrova il manoscritto. Sensualità e sessualità sono protagoniste al pari dei vari personaggi: molte forme di entrambe, molti ruoli, scatole cinesi da aprire ritrovandosi pieni di stupore. Ongaro non delude mai, aprire un suo libro è ritrovarsi all’interno di una pura bolla magica: giochi sorprendenti, destini incrociati, incastri e salti temporali. I personaggi sembrano a tratti impotenti di fronte alla sorte, a tratti padroni del loro destino, ma sono invece sempre e costantemente manovrati dal geniale burattinaio che è l’autore. E allora cercatelo questo libro, prima che i romanzi di Ongaro trovino voi, e voi dobbiate pentirvi di aver passato così tanto tempo prima di assaporare tutte le sue opere. Non dite che non vi avevamo avvisato.

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