La tela

La tela
Mi chiamo Amnon Zichroni e sin dalla giovinezza ho avuto un dono: riuscivo a capire gli uomini nel profondo, vedevo ciò che erano realmente, il vero io nascosto ai loro stessi occhi. Riuscivo, cioè, ad annusare, gustare, percepire, sentire e vedere i loro ricordi come se fossero i miei. Avevo quindici anni quando per la prima volta un fiume rosso di immagini, sensazioni, suoni e odori mi travolse consumandomi e spazzando via ogni traccia di infanzia. Contemporaneamente quel giorno, a capo chino, attendevo che mio padre mi infliggesse quella pena che avrebbe per sempre cambiato il corso della mia vita... Mi chiamo Jan Wechsler e, d'accordo con mia moglie, non apriamo mai se suonano alla porta di casa durante lo Shabbat. Non si può, è vietato. Chi conosce queste regole ci dà un appuntamento, un orario, e ci attende fuori. Quel giorno però ho dovuto farlo. I bambini facevano chiasso proprio dietro la porta e sarebbe stato troppo scortese non aprire a chi, evidentemente, aveva capito che c'era qualcuno in casa. Ad attendermi, però, non c'era un postino, come speravo, ma un corriere. Dietro di lui, una valigia…
È la ricerca della verità il tema-cardine su cui si incentra questo bel romanzo del tedesco Benjamin Stein. Una verità che, come spesso accade, non è il risultato di una ricerca che segue canali razionali e logici, ma che implica la necessità di capovolgere il proprio punto di vista e ricominciare da capo. Operazione analoga a quella che vi obbligherà La tela, strutturalmente e fisicamente diviso in due parti antitetiche eppure facce di una stessa medaglia. Da una parte c'è la storia (forse la migliore) di Amnon Zichroni, diario in prima persona di un ebreo osservante che scopre di avere il dono di rivivere i ricordi degli altri semplicemente toccandoli, e grazie a esso aiuta un suo paziente, il liutaio Minsky, a rievocare il proprio passato e la prigionia in un campo di sterminio. Questi ricordi, e il libro di successo che ne deriverà, saranno aspramente confutati dal giornalista Jan Wechsler, protagonista poi, nella seconda storia (capovolgete il libro e lasciate che in metro vi guardino con sospetto), di un thriller psicologico nel quale si vedrà recapitare, dieci anni dopo i fatti appena narrati, una valigia smarrita a suo nome di cui non ricorda nulla. Né il viaggio da cui è tornata, né il suo contenuto: articoli e libri di un se stesso che non riconosce. Quale delle due facce nasconda la verità è difficile stabilirlo, anche a lettura ultimata. È probabile che essa si nasconda in quei continui ribaltamenti, in quel vorticoso procedere verso la fine che altro non è se non un altro inizio, nella consapevolezza cioè che la verità è sì costante, infinita ricerca, ma anche qualcosa in cui è bene non credere mai completamente.

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