La tempesta alla porta

La tempesta alla porta
Per un bambino ricostruire la figura di un nonno che non si è mai conosciuto è sempre una sfida che vale la pena raccogliere. Soprattutto se di quel nonno si sono sentite dire cose tanto diverse da dare l’impressione di guardare attraverso un caleidoscopio. Per questo il 1989 richiede di saltare indietro nel tempo e lasciare che la storia di Frederick Merrill sia svelata dai suoi protagonisti. Nonostante i pareri discordanti di coloro che l’hanno conosciuto, su una cosa sono tutti d’accordo: Frederick era un uomo molto affascinante, imprevedibile e coinvolgente. Istrionico e sfacciato, sa catalizzare l’attenzione di tutti, ma presto si annoia e il suo umore cambia sorprendendo tutti, lui compreso, come un acquazzone estivo. In quelle tormente si allontana dalla moglie, Katharine, e dalle figlie, e viene risucchiato in un buco nero che lo spinge all’autodistruzione, a bere come una spugna e a conoscere tutte le donne che incontra. Passata la tempesta, però, torna sempre al porto sicuro che offre lui Katharine, che suo malgrado non può fare a meno di raccogliere quel naufrago e i brandelli che rimangono del suo cuore. Non le resta che andare avanti, sperando in una calma solo un po’ più duratura, questa volta. Ma quella speranza precipita e si infrange una sera, durante una cena tra amici: Frederick si annoia, a nulla valgono i suoi tentativi di innervosire gli ospiti con battute sagaci e pungenti. Non resta altro da fare, a questo punto, che infilarsi un impermeabile ed esporre alle auto della Route 109 la propria nudità. È proprio con l’impermeabile addosso che Frederick entra alla Mayflower Home, elegante e aristocratico ospedale psichiatrico nel quale risiedono i matti più illustri della società bostoniana. Per quello che sembra un ridicolo malinteso, per una bravata da ragazzaccio sì, ma non da caso clinico, l’affascinante e intelligente Frederick Merrill finisce ospite coatto in mezzo a professori di Harvard e poeti, condividendo con loro la vaga e tuttavia sferzante definizione di “pazzo”. Inizia in quel momento una discesa agli inferi che colpisce sia Frederick, tutto teso a dimostrare la sua sanità mentale, che Katharine, tormentata dal rimorso e dal dubbio che il marito non abbia nulla a che fare con la Mayflower. Un viaggio all’interno della definizione stessa di “malattia mentale”, dove ciò che è normale sfuma nell’anormalità, e dove la follia, vista da vicino, prende contorni incredibilmente razionali e sensati…
Stefan Merrill Block esordisce negli Stati Uniti nel 2007, a soli venticinque anni, con Io non ricordo, romanzo dedicato alla sindrome ereditaria dell’Alzheimer precoce. Dopo aver raccontato in modo diagonale il dramma dell’ereditarietà di una malattia che si impossessa della personalità e della mente di una persona, condannandola pian piano a svanire nella nebbia del non ricordo, Merrill Block affronta la sua storia di petto. La malattia del nonno, infatti, si ripresenta nella famiglia, si ripresenta nella sua vita: allo scrittore viene diagnosticata la sindrome bipolare. La scrittura di questo secondo libro risente della vicinanza del tema: il linguaggio è tenuto a freno, modellato con precisione certosina per mantenere la giusta distanza dal soggetto. Dove, nel precedente romanzo, era un ragazzino a parlare, un po’ scanzonato, a volte un po’ sboccato, qui lo stile è molto più formale e formato, quasi classico. La forza del libro infatti non sta nell’innovazione che può portare in campo stilistico. Verrebbe da pensare proprio il contrario, quasi a un ritrarsi della scrittura, che si mette al servizio del racconto. In quest’ultimo, infatti, risiede il carattere prorompente del romanzo di Merrill Block: una capacità incredibile, una precisione chirurgica di condurre il lettore al fondo e al nucleo della malattia mentale e dell’anormalità che alberga in ognuno di noi, immergendolo a tal punto da fargli perdere di vista gli orizzonti della normalità e dell’anormalità. Una riflessione toccante, commovente e al contempo lucidissima sulla follia. 

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