La tempestosa vita di Lazik

La tempestosa vita di Lazik
Sicuramente avere un cognome quasi impronunciabile come Reutschwanetz può essere una disgrazia, ma Lazik ne ha altre di peggiori: è ebreo in un paese antisemita e materialista come l’Unione Sovietica, è alto poco più di un metro, è perdutamente innamorato di Fenicka Gersanovic senza nessuna speranza di conquistarla. Siamo nei primi anni post-rivoluzionari in un anonimo borgo, Gomel. Per sopravvivere Lazik fa il sarto per uomo, confuso tra le nozioni talmudiche imparate in gioventù e l’ideologia comunista inculcata dal nuovo governo bolscevico alla quale bisogna conformarsi. Il suo principale assillo resta sbarcare il lunario, senza tanti scossoni, e possibilmente coronare il suo sogno d’amore. Deve, però, fare i conti non solo con il cuore di pietra di Fenicka Gersanovic, ma con una società spietata, nella quale ognuno pur di fare i propri interessi è disposto a passare sul cadavere del suo miglior amico. Un giorno gli capita di essere denunciato per aver sospirato di fronte al manifesto funebre di un capo del proletariato locale. Il sospiro viene interpretato dalle autorità come una risata e quindi giudicato un atto irriverente nei confronti del defunto, da scontare con il carcere. È qui che ha inizio per il povero Lazik un’inesorabile discesa agli inferi. Uscito dalla galera intraprende una vita errabonda, che lo porta a svolgere lavori umilianti, alternati a brevi momenti di fortuna. Sballottato per mezza Europa, continuamente percosso e cacciato in prigione, sempre alle prese con una fame atavica, Lazik alla fine intravede una promettente via di salvezza…
Ilja Ehrenburg è stato uno dei più importanti intellettuali ebrei russi del ‘900, apprezzato da Lenin ma perseguitato da Stalin nel secondo dopoguerra. Centrale nella sua vasta produzione letteraria è il tema dell’ebraismo. Non si può non vedere in Lazik la figura classica dell’ebreo errante, senza patria, ovunque emarginato. Il suo peregrinare senza un senso apparente da un paese all’altro, alle prese con burocrazie ossessive, poteri oppressivi, uomini gretti, insensibili e razzisti, è allegoria del vuoto in cui vive la sua gente, sparsa per tutta la terra, ma priva di un’identità nazionale. Lazik è un Candido alla rovescia: sa che questo non è il migliore, ma l’unico dei mondi possibili, più inferno che paradiso. Così, fatalisticamente accetta digiuni prolungati, botte, umiliazioni, in quanto Dio o è un’invenzione o, se esiste, ha altro da fare che preoccuparsi delle faccende umane. Nulla può cambiare, perché “l’uomo è fatto dappertutto della stessa pasta: o è sfrontato con pieni poteri (…), oppure un coniglio scannato”. Il nostro antieroe appartiene naturalmente alla seconda categoria, è sempre in braghe di tela, senza mai un soldo in tasca, il suo stesso nome, in russo Lazzaro, richiama la povertà di evangelica memoria. La tempestosa vita di Lazik, uscito a Parigi nel 1928, rientra nella tipologia del romanzo picaresco, ma con un’amarezza di fondo che non si ascrive completamente al genere. Ehrenburg mescola l’ironia della cultura yiddish con la tradizione umoristica della grande letteratura russa dell’800, soprattutto di impronta gogoliana. Partendo da un profondo pessimismo sulla realtà contemporanea, polemizza acremente con tutto: con il farisaismo talmudico, con l’insensatezza del sistema comunista, con la spietatezza del capitalismo. Lazik finisce per non coincidere pienamente con la figura dello shlemiel, l’ebreo in eterno conflitto con il mondo, ma capace di difendersi da esso con la furbizia. Lui resta ingenuo assomigliando di più al malinconico Schlomo di "Train de vie" di Radu Mihaileanu, entrambi testimoni del tragico destino del proprio popolo.

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER