La teoria del tutto

Fino a pochi secoli fa pensavamo di essere immobili al centro dell’universo, e che la luna, il sole, i pianeti, le stelle ci ruotassero intorno. Oggi sappiamo che il nostro sole è una comune stella gialla, di media grandezza, che si trova in prossimità del bordo esterno di uno dei bracci della spirale della nostra galassia, che ruota lentamente su se stessa: una tra centinaia di miliardi di galassie, che si allontanano rispetto a noi, in un universo in espansione, in uno spazio privo di confini ma curvato, assieme al tempo, dalla gravità. Ma a che punto è la nostra reale conoscenza delle leggi che governano l’universo? Esiste una teoria unica in grado di fornire una spiegazione ad ogni cosa? Nel 1928 Max Born, fisico tedesco e futuro premio Nobel, sulla scorta del successo di Dirac ‒ che aveva appena scoperto l’equazione che descriveva il comportamento dell’elettrone ‒ affermava che in capo a sei mesi la fisica sarebbe stata una “scienza compiuta”; lo stesso Einstein dedicava invano alla ricerca della teoria unificata gli ultimi anni della sua vita, incapace di accettare le conseguenze della meccanica quantistica, al cui sviluppo pur aveva contribuito; riusciremo dunque un giorno a formulare una teoria definitiva dell’universo? oppure dovremo prendere atto di poter solo elaborare una “infinita serie di teorie che lo descrivono in modo sempre più accurato”?

Sette lezioni di Stephen W. Hawking, figura iconica, scienziato contemporaneo tra i più noti, già titolare della cattedra lucasiana di Matematica a Cambridge (di cui era stato già assegnatario Sir Isaac Newton), scomparso nel marzo 2018: dalle origini dell’universo alla ricerca di quella “teoria del tutto” che permetterebbe di comprendere e spiegare l’esistente, passando per i buchi neri, la teoria delle stringhe, il tempo e la sua correlazione con l’entropia. Quel che rende affascinante la narrazione del popolare astrofisico britannico è il lasciar trasparire, al di là del linguaggio scientifico, la capacità della sua mente, pur imprigionata nel corpo paralizzato dalla malattia, di sollevarsi, “vedere” e tradurre, con i raffinati strumenti matematici e speculativi di cui dispone, una realtà che pure è ancora soltanto intuibile, dimostrabile solo per via sperimentale, non direttamente osservabile: “Una volta fatti i calcoli, però, scoprii con sorpresa e disappunto che anche i buchi neri non rotanti avrebbero dovuto creare ed emettere particelle a un ritmo costante. […] lo spettro delle particelle emesse era esattamente uguale a quello che sarebbe stato emesso da un corpo caldo. Il buco nero stava emettendo particelle proprio al ritmo necessario per evitare che venisse violata la seconda legge della termodinamica”. Hawking sembra quasi aver trovato il modo di fluttuare, con la sua sedia ed il suo sintetizzatore vocale, nei pressi di quel misterioso oggetto cosmico, per osservarlo da vicino e descriverne il comportamento... E, con lo stesso senso di meraviglia, ad un tratto anche il lettore si trova lì, accanto a lui.



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