La terapia del dolore

La terapia del dolore

Il tempo inspiegabilmente passa, senza lasciare traccia, uguale minuto dopo minuto, senza scadenze e senza ritmi controllabili. Non vede la luce del sole, quindi non ha mai idea di che ora sia e della frequenza con cui vengano da lui i medici a visitarlo, a controllare i suoi “progressi”, anche se a lui non pare affatto di progredire. Forse vengono tutti i giorni, forse vengono più volte al giorno. Non viene sempre lo stesso dottore, ce n’è più d’uno. Ma tanto sembrano tutti uguali, come se dentro a involucri di carne e facce diverse ci fosse un unico medico che oltre a indossare un camice indossa anche la faccia di giornata. Non ne riconosce nessuno, potrebbero esserne venuti tanti diversi, quanti sono quelli che sono entrati, e non saprebbe dirlo. Del resto non gli rivolgono la parola. E perché dovrebbero, in fondo? Non potrebbe rispondere. Prendono a capo del letto un raccoglitore appeso, con dentro dei fogli che leggono e sui quali scrivono qualcosa, poi vanno verso un punto dietro al letto, alla sua sinistra, dove lui non può arrivare con lo sguardo, e sente dei rumori di tasti, dei piccoli suoni elettronici, come se la sua vita si fosse spostata fuori da lui, si trovasse dietro e a sinistra, dentro una scatola che immagina color avorio, con schermi e lucine, tasti e bottoni dalla quale dipende che lui ci sia oppure no, al mondo. Poi, terminata questa liturgia sempre uguale, alla quale ha già assistito un numero di volte tale da non riuscire più a contarlo, senza nemmeno guardarlo in faccia, senza rivolgergli la parola, si voltano e se ne vanno, con quel loro passo silenzioso e lento, tutti con le spalle ugualmente curve nel verde del loro camice. Gli infermieri invece gli danno molta più soddisfazione: sono obbligati a toccarlo, a interagire, a instaurare una forma di relazione umana…

La terapia del dolore, detta anche terapia antalgica o algologia, è una pratica medica che consiste nell’approccio terapeutico e scientifico al trattamento ‒ appunto ‒ del dolore. Di norma il trattamento con mezzi farmacologici è composto da analgesici, oppiacei, antidepressivi o anticonvulsivanti, ed è affidato nella maggior parte dei casi a un anestesista, mentre quello che non prevede medicinali si fonda su esercizio fisico o applicazione di freddo o calore. La terapia del dolore si usa in oncologia, postchirurgia, traumatologia, neurologia, persino odontoiatria, reumatologia e ortopedia. Ma la terapia del dolore di cui parla, con la consueta intensità della sua prosa profonda, elegante, raffinata, curata, scabra e insieme limpida nel romanzo omonimo Marco Proietti Mancini è di tutt’altro genere. Il dolore in questo caso è la cura, non il male da curare. Il dolore fisico devastante e totale che coinvolge ogni singola fibra del corpo del protagonista nel momento in cui una macchina lo investe e lo costringe a una lunga riabilitazione, lo fa svenire e al tempo stesso risvegliare. Ingabbiato in una dolorosa e ingrommata relazione di disamore, noia, abulia, stanco possesso e indifferenza, soffocante come l’appartamento microscopico in cui ha luogo, dove l’unico posto privato è il bagno, e dove il gatto Toto è per Giada e le sue nevrosi una presenza più significativa di quanto non lo sia lui, il protagonista, grazie anche all’aiuto di una figura “angelica” al tempo stesso archetipica e assolutamente insolita e originale, ha l’opportunità per guarire dal suo male interiore. Il romanzo ha la potenza di un lungo flusso di coscienza dal ritmo travolgente, che coinvolge sempre più il lettore, conducendolo a porsi delle domande e a riflettere sulle priorità della vita.



 

 

 

 
 
 
 

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