La terra del sacerdote

La terra del sacerdote
Due oche selvatiche sorvegliano un pollaio. Tra i piccioni e i conigli c'è una donna. È lì dentro da tre anni. Si chiama Flori, è ucraina: ed è incinta. È prigioniera di un'organizzazione dedita al  traffico d'organi e alle adozioni clandestine. Flori ha capito che le sue carceriere sono ghiotte di lumache. Ne prepara una decina, attira i colli delle oche al di là della recinzioni, li afferra e li strangola legandoli attorno all'inferriata della gabbia. Fugge. Davanti a lei ci sono chilometri di campagna. Poco lontano, Padre Agapito e Mariano stanno stuprando Christina. Flori non sa se si trova ancora nella proprietà dei suoi aguzzini o in quella che tutti chiamano “la terra del Sacerdote”, quando sente delle fitte di dolore al ventre. Partorisce, cade stremata. Non si accorge subito che il piccolo è morto. Poi lo lascia lì, sotto un albero di arancia,  avvolto in un maglione di lana. Lo ritrova Padre Agapito. Il sacerdote all'inizio non ne vuole sapere di quel corpicino, fino a quando, nascosta nel suo fienile, non scova anche Flori. Quell'incontro è l'inizio di una nuova prigionia, non meno dura della precedente, ma accompagnata da piccoli miracoli e improbabili segni di redenzione...
Chissà se Paolo Piccirillo, giovane e appartato autore casertano, si è in qualche modo ispirato alla storia di Elizabeth Fritzl, la bambina, poi ragazza, poi donna – e in tutte queste tre fasi madre – la cui storia sconvolse l'Austria cinque anni fa. Pensare poi che mentre La terra del sacerdote veniva alla luce, a Cleveland, Amanda Berry, all'interno di un bunker sotterraneo, tra catene e corde, stava crescendo la figlia, nata in una piscina gonfiabile, unica superstite di almeno altre cinque gravidanze imposte alla compagna di prigionia Michelle Knight, e abortite a calci e pugni. Sono storie, queste, che fanno orrore solo a raccontarle, ma che sono successe veramente. Quello di Piccirillo, invece, è un romanzo, ma la storia di Flori, è contemporanea a quelle di Elizabeth, di Amanda, di Michelle. Eppure all'inizio non lo immagini. Un fienile, una campagna selvaggia e ancestrale, un prete, l'immediato fango di uno stupro ti fanno pensare subito al Medioevo, alle epidemie che circondano i boschi come bestie in agguato. E invece no, spunta fuori un iPhone, e l'Italia ha già vinto i mondiali di calcio in Germania. Siamo in Molise, ma te ne accorgi solo dal modo di parlare dei protagonisti, perché spazio e tempo, appunto, sono sospesi in una dimensione, più che apocalittica – come lascia intendere uno strillo sulla quarta di copertina che evoca McCarthy – di bestialità endemica. La terra del sacerdote non è nemmeno una società comunemente intesa, ma una massa di tristi mietitori, un po' freak un po' animale. Una Dogville senza ville, in una terra dove l'unico germoglio di fertilità è un neonato morto abbandonato alla terra. Non sono tanti gli autori che provvidenzialmente abbandonano l'ingannevole oracolo introspettivo  per dedicarsi al racconto di una storia. Piccirillo ci riesce, e con stile pulito e originale confeziona un romanzo coraggioso. La terra del sacerdote è da annoverare senza ombra di dubbio tra i romanzi più belli del 2013.

 

 

 

 
 
 
 
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