La Terra morente

Il mago Turjan assiste sconsolato all’agonia e alla morte dell’essere umano che ha creato in laboratorio. Per lui è l’ennesimo fallimento: riesce a dare la vita solo a creature deformi, incomplete, fragilissime, sofferenti. Nei suoi incantesimi c’è un errore, un anello mancante che continua a sfuggirgli. Mentre la luce rossa di uno spettacolare tramonto filtra dalle finestre, Turjan ripensa a una conversazione avuta qualche anno prima con un saggio. “Nei tempi passati la magia conosceva migliaia di incantesimi e i maghi realizzavano tutti i loro voleri. Oggi, mentre la Terra muore, a conoscenza dell’uomo rimangono solo un centinaio di sortilegi”. Il saggio però sosteneva che in una landa remota chiamata Embelyon vivesse un misterioso mago chiamato Pandelume, che deteneva i segreti di “tutti i sortilegi, gli incantesimi, le formule magiche, le rune e le fatture che mai abbiano deformato e modellato lo spazio”. L’unico modo per raggiungere Embelyon è un incantesimo contenuto in un volume ammuffito che Turjan non ha mai osato aprire. Ma ora ha deciso che il momento è giunto: a Pandelume vuole chiedere il segreto per creare la vita. Il mago si veste di tutto punto, si arma, trova il volume in questione, lo apre alla pagina giusta, declama la formula magica e si trova trasportato in una strana landa remota, sulle rive di un lago limpido, su un prato azzurro ai margini di una foresta. Una bellissima ragazza a cavallo lo sta caricando, mulinando una spada e urlando…
Il celebre Ciclo della Terra morente di Jack Vance parte con un’antologia di racconti dal tono fiabesco pubblicati nel 1950 da una piccola casa editrice, la Hillman Periodicals. Siamo milioni di anni nel futuro: il Sole si sta ormai spegnendo, e il nostro pianeta è quasi disabitato, una malinconica distesa di città in rovina invase dalla vegetazione. L’umanità superstite vive una bizzarra, edonista decadenza: ogni sapere scientifico è dimenticato da eoni, a dominare è la magia, o almeno quello che rimane di una cultura magica che in passato ha vissuto un’Età dell’oro. Lo stile di Vance, sebbene ancora non giunto a completa maturazione, è già scintillante: i racconti sono legati tra loro da una continuity rigorosa ma questo non imbriglia la penna dell’autore, che ci travolge con i suoi consueti dialoghi raffinati e ironicamente pomposi. Le avventure di Turjan, Ulan Dohr e Guyal toccano il cuore e deliziano la mente, ma il vero gioiello è la fiaba nerissima Liane il viaggiatore, con una descrizione dell’apparizione del mostro (Chun l’Inevitabile, e già il nome è da applausi) da parte di Vance capace di far saltare sulla sedia con poche, semplici parole. E non è facile per niente, no.

 

 

 

 
 
 
 
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