La testa nel secchio

La testa nel secchio

Al nonno Verino, custode e falegname del Museo Civico di Storia Naturale “Giacomo Doria”, era stato riservato un appartamento che prendeva metà dei fondi del Palazzo. Gian Franco nacque lì e lì, tra quelle enormi sale abitate da grossi animali imbalsamati, trascorse la sua prima infanzia spensierata e fantasiosa, cavalcando belve-ex feroci insieme al fratello minore Gian Piero (che negli anni a venire è diventato celeberrimo con il suo ensemble “Rondò Veneziano”). Poi la guerra, le sirene, il rifugio in Galleria, la fame, il cambio di vita e di casa... la squadra del cuore, il Genoa, e il primo amore, il vibrafono. Inizia così l'avventura di Gian Franco Reverberi, un nome che brilla nella migliore generazione cantautorale italiana. Fu lui, discreto e determinato ‒ per carattere e per scelta lontano dai riflettori, eppure fortemente fedele alle sue idee ‒ a portare in seguito a Milano, alla storica Ricordi, Gino Paoli, Luigi Tenco, Bruno Lauzi, per i quali compose tantissimi successi. Fu ancora lui a scoprire autentici talenti, peraltro allora snobbati, come quello di Lucio Dalla. Sempre lui, a lanciare brani come Se mi vuoi lasciare, la mitica canzone di Michele con l’altrettanto mitico inciso del “badibidambò”. Lui, a siglare il trionfo di pezzi come La prima cosa bella interpretata da Nicola di Bari e dai Ricchi e Poveri. Fu lui a scrivere Ciao ti dirò per Celentano e Gaber... Ancora lui a realizzare le colonne sonore di numerosi film, una per tutte tratta dal western Preparati la bara, ripresa nel 2006 da due artisti statunitensi, gli Gnarls Barkley e da altri in Crazy…

Musicista, compositore, arrangiatore, direttore d’orchestra, talent scout, produttore, Reverberi ha navigato (anche in senso letterale) mezzo secolo di storia della musica da indiscusso protagonista, intrecciando quella irripetibile schiera di artisti che, per citare una battuta di Bruno Lauzi, con Lauzi compreso ci ha donato non semplicemente canzoni moderne, bensì “eterne”. Dalla voce di Reverberi in questo avvincente libro si percorrono a ritroso quegli anni, così importanti e così straordinari, fitti di reminescenze di allegria e di chimere, di aneddoti e immagini, di incontri e di fughe, di jazz e vecchie soffitte a un passo dal cielo blu, di creatività alla massima potenza, che hanno come sfondo o meglio come culla Zena. La città della lanterna e della foce, dei carrugi e dei panni stesi, dell’odore di lavanda e di Sottoripa, del vecchio porto e degli addii, delle madonnine e dei “manezzi”, la città del famoso “Lido”, dove si ballava con le orchestre in giacca e cravatta di Lucio Capobianco, destinato a occupare un ruolo di prim’ordine nella scena jazzistica europea. Genova e i suoi luoghi “familiari”, dal Circolo della Stampa all’ultima colonna di sinistra di via XX Settembre, da Piazza Martinez al cinema Aurora, da via Cecchi al bar della Gigia, dove Bruno (Lauzi), Gino (Paoli) Fabrizio (De Andrè), Luigi (Tenco), Giorgio (Calabrese) e un esercito di ragazzi-figieu prodigio si riunivano per gettare i semi delle più belle melodie di quei formidabili, rivoluzionari anni ‘60. La testa nel secchio, con la preziosa prefazione di Maurizio Becker e l’ammirevole pubblicazione di iacobelli, è un testo indispensabile per gli appassionati, per gli studiosi della materia e per le aspiranti “star” che ultimamente invadono i palcoscenici televisivi, dimostrando (sovente) di essere a digiuno di musica. È però soprattutto un tributo dell’autore alla vita, un atto di gratitudine, una testimonianza sincera verso un’epoca e i suoi attori principali, certamente, ma anche comprimari, ugualmente irripetibili, cui Reverberi riserva con generosità il suo inedito ricordo. Come quello dedicato a un tale Carletto Ravera, detto “La Rocca” per il suo modo di usare il clarinetto (simile a Nick La Rocca), che a Genova era conosciuto da tutti per la simpatia e per la faccia tosta con cui, nonostante sapesse suonare lo strumento solo in si bemolle, era capace di accendere il pubblico del Lido in incredibili appalusi e tripudi, anche quando l’orchestra, per dispetto, si esibiva in mi bemolle e... cippirimerlo a Stravinskij. Insieme a Ninni Leonardi, racconta Gian Franco, Carletto, con stratagemmi inverosimili riusciva, senza “palanche” come era, a entrare nelle grazie delle più gettonate compagnie della città e a organizzare feste memorabili, non casualmente denominate: Cesso party o... Gondon Party. Un amico, “Charlie La Rocca”, come i molti che hanno abitato l’incantesimo di quel lampo di tempo e che sono rimasti impressi, si comprende, nel cuore del grande Reverberi. La testa nel secchio in fondo è anche questo: la narrazione toccante e a tratti commovente del sentimento che accomunava quei “figieu”. Pagine dense, infarcite di storie, che ci restituiscono lo sguardo della goliardia e della genuinità, il profumo della gioventù e dei sogni intatti, la levità del rimpianto di un mondo svanito, il sapore di sigarette Alfa tirate in tre e di boeri risucchiati con la cannuccia, quell’indescrivibile “bulesumme” che è sostanza di nostalgia e di lontananza, di terra parsimoniosa e di mare. Di Genova, sempre, anche oggi, anche altrove.



 

 

 

 
 
 
 

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