La tregua

La tregua

La prima pattuglia russa arriva nel Lager di Buna-Monowitz il 27 gennaio 1945, verso mezzogiorno. Sono quattro giovani uomini a cavallo, messaggeri di pace. Due prigionieri li scorgono da lontano mentre portano un corpo nella fossa già piena e uno di loro si toglie il berretto, a salutare i vivi e i morti. I russi però non ricambiano il saluto. Neppure sorridono. Sui loro volti traspare invece qualcosa che somiglia a “un confuso ritegno” ed è un’espressione che i prigionieri conoscono bene: è la stessa vergogna che provavano loro dopo le selezioni o quando dovevano assistere o sottostare ad un oltraggio. Sta accadendo qualcosa d’incredibile: la libertà. “L’improbabile, impossibile libertà”. Di fronte ad essa i sopravvissuti al Lager si sentono “smarriti, svuotati, atrofizzati, disadatti alla propria parte”. La libertà è giunta, ma non conduce alla Terra Promessa: è tutt’intorno al campo “sotto forma di una spietata pianura deserta”. No, non è ancora finita: ora per chi prova a tornare a casa ci sono “altre prove, altre fatiche, altre fami, altri geli, altre paure”...

Nel 1963, sedici anni dopo Se questo è un uomo, Primo Levi pubblica La tregua. I due libri sono stati più volte definiti “gemelli” – e pubblicati anche per un certo periodo, a partire dal 1972, nello stesso volume – non solo perché costituiscono rispettivamente l’andata e il ritorno da Auschwitz, ma anche per corrispondenze interne precise – dalla lunghezza dei capitoli e dell’opera, ai versi in apertura, fino a temi o aneddoti che vengono ripresi, ampliati o addirittura rovesciati in modo speculare da un libro all’altro per dar vita a due opere complementari. Il viaggio di Primo Levi verso casa comincia poco dopo la liberazione del Lager e prosegue fino al 19 ottobre 1945 attraversando Polonia, Ucraina, Bielorussia, Moldavia, Romania, Ungheria, Slovacchia, Austria, Germania e infine Italia. La tregua è quindi “un’odissea dell’Europa tra guerra e pace”, come scriveva Italo Calvino sul risvolto della prima edizione o “un singolare romanzo picaresco moderno” come hanno detto altri, dato che Levi incrocia lungo strada una moltitudine di situazioni e personaggi (memorabili il greco Mordo Nahum e il romano Cesare). Nella prefazione ad un’edizione scolastica Levi ha scritto: “Avevo ancora molte cose da narrare: non più cose tremende, fatali e necessarie, ma avventure allegre e tristi, paesi sterminati e strani, imprese furfantesche dei miei innumerevoli compagni di viaggio, il vortice multicolore e affascinante dell’Europa del dopoguerra”. Eppure, parole e avvenimenti sono legati ben stretti all’esperienza nel Lager: proprio come la vicenda di Hurbinek – “un nulla, un figlio della morte, un figlio di Auschwitz” – che, sebbene sia raccontata nelle prime pagine, anche molto tempo dopo la lettura è arduo dimenticare.



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