La tua ultima bugia

La tua ultima bugia
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Mark North è un fotografo e la sorella Cleo cura i suoi affari. In realtà cura tutto di lui, fin dalla più tenera età, proteggendolo dai bulli prima e intervenendo poi anche nelle sue relazioni amorose con la sua onnipresente supervisione e invasione. Così come Cleo non sopportava Mia, la prima moglie di Mark, adesso non sopporta Evie, questa ragazza bionda apparsa dal nulla che prima è una cliente e poi diventa la compagna, con la quale Mark diventa padre di Lulu. Evie e Mark vivono in una casa lussuosa e particolare: la parete dove vi è la porta d’ingresso è completamente cieca, senza finestre, solo cemento, mentre il retro è un’immensa vetrata a picco sul mare, dove l’Inghilterra può essere dolce e feroce. Avrebbero tutto per essere felici ma qualcosa intoppa gli ingranaggi del loro rapporto; forse il carattere lunatico di lui, la costante accidia nell’accettare incarichi, esacerbata anche dal trauma della morte di Mia, spezzatasi il collo cadendo dalle scale, avvenimento che gli procura panico ogni volta che deve lasciare Evie, terrorizzato all’idea che le capiti qualcosa di terribile durante la sua assenza. In effetti Evie incappa spesso in incidenti domestici: si ustiona gravemente l’avambraccio destro mentre afferra il bollitore dell’acqua, si frattura pesantemente una mano mentre si trova in palestra. A tutto ciò si aggiunge l’invadenza di Cleo e l’avversione mal celata nei confronti di Evie. Poi, una notte, alla casa arrivano la sergente Stephanie King e il collega Jason, spettatori di una scena orribile…

Rachel Abbott, nom de plume dell’inglese Sheila Rodgers, trasferitasi in Italia, nelle Marche, dove ha acquistato e ristrutturato un monastero del XV secolo, scrive thriller psicologici che hanno generalmente un notevole successo di pubblico. In questo suo ultimo lavoro si trovano tutti o buona parte degli ingredienti che, di norma, attengono al genere. Questo però e ovviamente non ne fa a priori un buon libro. Vi sono elementi riusciti e altri meno. Buona è la capacità di gestire il cliffhanger, di tenere il lettore, nei momenti topici, attaccato alla storia (quando non ci si riesce a staccare perché si vuol sapere immediatamente il dopo, è buon segno), buono anche lo sviluppo della storia. Cosa non va allora? Intanto la sensazione molto concreta che spesso si tenda ad “allungare il brodo”, ad aggiungere cioè dettagli che non rivestono nessun tipo d’importanza per la trama, ma rispondano quasi a un’esigenza editoriale (“quel numero di pagine”); la love story tra la sergente King e il detective Angus Brodie non aggiunge nulla al romanzo, e riporta anzi al discorso precedente (le pagine). La parte che riguarda poi il processo a Evie, fatta salva la descrizione della dinamica psicologica del carnefice e della vittima nella violenza domestica, non è emotivamente efficace, non c’è una “obiezione, Vostro onore” che dia vivacità e movimento, sembra che accusa e difesa rispondano a un manuale delle buone maniere in aula: in un paio di occasioni almeno era plausibile aspettarselo. Il disvelamento di molte verità, il finale con sorpresa, salvano in parte quest’ultima fatica di Abbot. Non un libro per lettori appassionati del genere, che resterebbero delusi, ma almeno per coloro che vogliano approcciarsi ad un thriller per la prima volta.



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