La vegetariana

La vegetariana
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Yeong-hye ha fatto un sogno, un sogno che si ripete spesso e sempre più truculento. Ha sognato sangue e carne macilenta. Da allora decide di diventare vegetariana. Per prima cosa svuota il frigorifero da ogni residuo di animale morto e poi, per quanto non lo faccia di proposito, inizia a mettere in difficoltà la famiglia con questa storia. La violenza psicologica che subisce per la sua scelta è senza pari ed una sera in cui il padre, durante una cena che avrebbe dovuto essere risolutiva della questione che è un’onta sociale per tutti ‒ padre, madre, marito, fratelli, zii ‒ tenta con la forza di ficcarle in bocca un pezzo di carne, Yeong-hye prende un coltello dal tavolo e si incide un taglio profondo sul polso. Da quel momento tutta la sua interiorità straripa, come se quella ferita avesse decompresso un bubbone. Smette di parlare, si ciba come un uccellino, passa molto tempo nuda a cercare la luce ed il sole, l’unica cosa di cui non è mai sazia. Solo quando il cognato, irresistibilmente attratto da lei, le disegna addosso dei grossi fiori con le tempere per un progetto artistico ‒ che cela in realtà un forte desiderio di possesso sessuale ‒ Yeong-hye si sente veramente viva. Come se quei fiori sulla carne fossero finalmente il sigillo della sua anima. Ma la sua autenticità è scambiata per follia ed in quanto tale curata. A starle vicina è la sorella maggiore In-hye, l’unica a non abbandonarla. Chiusa in una clinica, Yeong-hye smette di parlare e anche di mangiare. L’unica cosa che fa, quando gli infermieri non la torturano col sondino per nutrirla artificialmente, è passare intere giornate a testa in giù con le mani piantate bene al suolo. Di lei è rimasto solo questo, una figura scompigliata e muta, lunga e immobile. Radicata al suolo. Come un albero…

Chi fa una scelta forte nella propria vita segna sempre una frattura rispetto ad una consuetudine. Chi decide di vivere la propria scomoda identità, di qualunque natura essa sia, crea sempre uno scompenso al vago concetto di normalità. La vegetariana non è un manifesto pro-vegetarianismo; non è una levata di scudi animalista; non è nemmeno un proclama ambientalista, tantomeno la chiamata ad una vita new-age. La vegetariana è uno spietato romanzo sull’intolleranza. Fastidioso e scabroso per la nudità e la crudezza con cui espone sentimenti subdoli che rispondono in tutto e per tutto ad una morale accomodante ed ipocrita che vuole l’intimità, persino quella, aderente ad un costume, a quello che si liquida con troppa faciloneria con uno spiccio “comportamento opportuno”. Il filo su cui tutti camminano, dentro questo romanzo, però, è sottile e nella sua sottigliezza evidenzia senza pietà come nessuno sia immune dall’immoralità, da quel barcamenarsi tra la necessità di salvare una convenzione e l’urgenza pruriginosa che ogni essere umano vive di sfondare gli schemi perché l’istinto è animale e perciò insopprimibile. E ne è testimone quell’inesauribile fame da primordio che squassa dentro. Ne è testimone la carne che chiama, la stessa carne rifiutata che si fa trionfo dei sensi nell’ordalia del sesso e miseria dell’uomo nell’esigenza del ventre. Lo stesso soggetto simulacro di vita e di morte. La scelta di Yeong-hye è un pretesto per scandagliare l’ottusità umana davanti alle aspirazioni individuali, alla potenza reale del libero arbitrio, alla libertà di ognuno di vivere secondo ciò che è convinto di essere. È una denuncia di quanto la società, coi suoi luoghi comuni, col suo immaginario collettivo, possa essere distruttiva: un concerto di maschere posticce, un rassicurante processo di omologazione in cui l’uguaglianza non è libertà di essere rispettati per ciò che si sceglie di essere e diventare, ma assenza di alternativa. La tortura psicologica della diversità, lo scandalo della marchiatura del corpo e dell’anima, gli automatismi di genere, le inconciliabili lontananze affettive raccontati senza manierismi e con la potenza cruda delle parole fanno di questa storia un piccolo evento da non perdere.



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