La vergogna delle scarpe nuove

Bologna. Qualche anno fa. Con Francesca non sta andando bene. Sarà per via dell'inserimento di Irma all'asilo. Il lavoro, se va bene, fa sembrare meno drammatico anche il resto. Però se uno si mette a perdere gli assegni, cosa vuoi che ti dica. Una notte Irma ha le convulsioni e si parte per il Pronto Soccorso. Nulla di grave, ma quando si ritorna a casa non si finisce più di litigare. Di rinfacciarsi di non aver rinfacciato, che è anche peggio. A casa, dove ti aspettano i sensi di colpa e i “temibilissimi”, i genitori di Francesca, che con la storia dei panni da lavare sono sempre lì. O vanno via loro, o vado via io. Vado via io. Vado a Parma, da mio fratello Giulio. E a Parma c’è una luce che Bologna non avrà mai, perché a Bologna ci sono le mura…
Sembra di vederlo, questo romanzo, come se fosse una ripresa in soggettiva. Il campo visivo è ristretto, è un filmato in super 8, sincopato. Le immagini sono quelle di spazi interni, intimi, domestici, quotidiani. E' come se qualcuno vi avesse messo nelle mani un taccuino di Paolo Nori. Dentro ci troverete un assegno dato per perso e dimenticato lì. Innumerevoli biglietti del treno. Da Parma a Bologna. E viceversa. Ci troverete la forfora, anche. Sua figlia Irma. E la madre di Irma, Francesca. E pure, i genitori di Francesca, i temibilissimi San Giuseppese. Un ospedale. La quarta di copertina per Guerra e pace. Le traduzioni. Le scale di un condominio da lavare. Un appuntamento dal dentista. Un trasloco. E il carattere, difficile, oh se è difficile, del suo autore. “Tu scappi perché il mondo ti fa paura, mi dice Francesca, No, le dico, a me il mondo piace, mi fa paura la San Giuseppese e poi io non scappo, le dico, io vado via con tutta calma.” Che se non le scrivesse in questo modo qui, le cose che scrive, verrebbe da andarlo a cercare per litigarci. E invece poi non ti ci stacchi facilmente, dai romanzi di Paolo Nori, e hanno ragione quelli lì che dicono di odiarlo per via del fanatismo che lo circonda. Una setta, i lettori di Paolo Nori, veneratori al di là del bene e del male, come fai a non farteli stare sul cazzo, i lettori di Paolo Nori, che poi scrivono una recensione e lo imitano, magari. Piacere. Eccomi. Il romanzo più breve del secolo, questo, talmente tanto che posso permettermi di riportarlo per intero: “A pensarci, è una cosa talmente evidente, che non c'è bisogno di scrivere niente”. Fine. La verità è che ha un titolo così bello, questo romanzo, che davvero, cos'altro vuoi aggiungere? Prima però c'è l'epilogo. E dopo c'è un prologo. Epilogo e prologo si spartiscono 230 pagine, circa, di anacoluti. E in 230 pagine Paolo Nori ci racconta una separazione, spesso parlando di tutt'altro. “Certi giorni, ci si sveglia al mattino, si esce per strada, in città sono tutti tornati alle loro abitudini, è già metà settembre, l'impressione è che dietro le case sia pronto il disastro”. E il disastro, questa volta, è proprio dentro casa sua.

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER