La verità del ghiaccio

Il presidente degli Stati Uniti Zachary Herney è in difficoltà. Il Paese è in crisi, la sua popolarità è in calo malgrado gli venga riconosciuta una grande onestà, e le vicine elezioni minacciano di rivelarsi una débacle, anche perché il candidato dell’opposizione, il fascinoso senatore Sedgewick Sexton - un vero squalo della politica - è un maestro della comunicazione e lo incalza ogni giorno da tv e giornali. Ultimamente il cavallo di battaglia di Sexton sono le astronomiche (poptrebbero essere altrimenti?) spese della NASA, che va di fallimento in fallimento mentre altri settori dell’economia vedono tagli di investimenti apparentemente ingenerosi e ingiustificati. Ironia della sorte, Rachel, giovane e bellissima figlia del senatore, lavora come analista all’agenzia governativa di intelligence NRO (National Reconnaissance Office), quindi sostanzialmente per la Presidenza che suo padre osteggia tanto. Ma Rachel non vive con disagio la situazione, innanzitutto perché è molto fiera della sua professionalità e poi perché nutre un feroce rancore per suo padre, che giudica colpevole di aver fatto vivere nell’infelicità sua madre, scomparsa in un incidente stradale mentre andava a passare l’ennesimo Giorno del Ringraziamento sola senza il marito fedifrago dai suoi parenti. Ciononostante, quando Rachel viene convocata d’urgenza dal Presidente Herney non può nascondere una certa perplessità, temendo di essere strumentalizzata durante la campagna elettorale. Un elicottero militare la preleva e la porta a bordo dell’Air Force One: qui Herney le rende noto che la invierà al Circolo Polare Artico dove un sistema satellitare messo in orbita della tanto vituperata NASA per studiare il climate change, l’Earth Observation System (EOS), ha individuato sotto i ghiacci un oggetto che può cambiare la storia del pianeta Terra e - in sovrammercato – ribaltare le sorti della campagna elettorale...

Echi di Deep Impact (la bella professionista e il Presidente, un Grande Segreto Governativo), tirate tecno-scientifico-divulgative à la Michael Crichton (gli scienziati e il meteorite ripieno di fossili di pidocchioni alieni), uno sguardo dietro alle quinte del meccanismo spietato ma sempre fascinoso della corsa presidenziale Usa, più un robusto plot thriller fantapolitico ispirato a un fatto reale, e cioè la ‘toppa’ della NASA sull’asteroide ALH84001 del 1996, quando fu erroneamente annunciato al mondo che l’oggetto extraterrestre conteneva tracce di batteri marziani: il terzo romanzo di Dan Brown – l’ultimo prima del big bang Il Codice Da Vinci, a cui allude persino un messaggio cifrato nel finale del libro, anche se in Italia è uscito successivamente, sull’onda del successo del romanzo – è entertainment della miglior specie, quello che in gergo si definisce un unputdownable, cioè un romanzo che è difficile se non impossibile mettere giù, ansiosi come si è di vedere ‘quello che succede alla prossima pagina’. Tra insetti alieni, panspermia, sicari della Delta Force e lobby elettorali che tramano nell’ombra non si sta tranquilli un attimo, e che cavolo. Naturalmente, il romanzo è stato stroncato velenosamente in Italia da frotte di critici in malafede nei confronti di Dan Brown o dei romanzi di genere, a scelta. In entrambi i casi, un atteggiamento ingiustificato.



 

 

 

 
 
 
 

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