La verità delle ossa

La verità delle ossa

“Vi prego, non uccidetemi”. “Vi prego, non uccidetemi”. “Vi prego, uccidetemi”. L’audio di quella registrazione è inquietante; la voce disperata di una giovane ragazza si mescola a quella glaciale dei suoi aguzzini, presumibilmente due: “Morirai, puttana!”. Temperance Brennan è a disagio di fronte a quella strana donna seduta nel suo ufficio, che custodisce il piccolo registratore ad attivazione vocale in una bustina ermetica: dice di averlo trovato in un bosco, incastrato fra le radici di un vecchio albero. Alta, capelli rossi raccolti in una crocchia, la donna si chiama Hazel Strike, ma si fa chiamare Lucky, Fortunata; deve avere almeno sessant’anni ma la sua voce forte ne suggerisce molti di meno. Si è presentata davanti a Tempe perché convinta di poter abbinare quella voce ad un volto, quello di Cora Teague, una ragazza solitaria – e dalla vita apparentemente normale – scomparsa tre anni prima dalla contea di Avery. La famiglia parla di allontanamento volontario, ma Hazel è venuta a sapere del rinvenimento di un torso parziale nel 2013 ad opera della Brennan, nella contea di Burke. E Burke è vicinissimo ad Avery. Tempe ricorda di avere inserito i dati del ritrovamento online su NamUs, database per i resti non identificati e le persone scomparse, accessibile gratuitamente a chiunque. Quindi quella donna avrebbe fatto due più due: voce disperata più torso parziale, uguale Cora Teague. Gli elementi sono un po’ troppo scarsi per tirare le somme ma Tempe è incuriosita, oltre che dubbiosa: la sua interlocutrice ha ammesso di essere un cybersegugio, ovvero di far parte di quella schiera di dilettanti che si sfidano online nella risoluzione di vecchi casi irrisolti dalla polizia. Per restituire i corpi alle famiglie, afferma Hazel, ma per Tempe è solo una questione di ego smisurato. Per quello che ne sa, la Strike potrebbe rivelarsi solo un’esaltata, tuttavia è riuscita ad ottenere la sua attenzione. Ma non è che occuparsi di questo caso in apparenza folle, è solo una scusa per rimandare il viaggio a Montréal, dove Ryan la aspetta per discutere di quella certa questione?

Indagine numero diciotto per la simpatica antropologa forense-detective per la quale nessun caso (neanche quello che sembra più strampalato) è abbastanza complicato da rimanere irrisolto. Come da copione, all’inizio è tutto confuso, e l’anello di congiunzione tra i presunti elementi risulta essere più che debole, ma l’intuito brillante di Tempe, unito alla sua caparbietà, imboccherà le strade tortuose (non solo metaforicamente) delle Blue Ridge Mountains, arrivando a confrontarsi con una verità sconvolgente: pregiudizio, fanatismo religioso e superstizione sono gli ingredienti base di una comunità in cui le vittime non sono solo i morti, ma anche i vivi, la cui esistenza è sapientemente manipolata – e ossessivamente controllata – da Granger Hoke, un prete sospeso a divinis perché recidivo nel condurre esorcismi senza il permesso dell’autorità ecclesiastica. L’uomo ha fondato La chiesa della Santità del Signore Gesù, un nome rispettabile che cela tuttavia una congrega molto simile ad una setta. Ad aiutare Tempe, oltre alle dritte procurate su internet dalla sua dolce “Google-mamma” (che, guarda caso, la imbrocca sempre!), c’è il gradevole vicesceriffo Ramsey, uomo affascinante, intelligente e single (ahimè, trinomio possibile solo nella fiction) che non riesce tuttavia a sviare Tempe da quella “certa questione” in ballo con Ryan (vedi il precedente Le ossa non mentono, del 2014): la paura di impegnarsi e di soffrire ancora per amore, accompagnerà la nostra antropologa per tutto il percorso dell’indagine. Buona lettura al cardiopalmo, quindi, con questo thriller in perfetto stile Kathy Reichs: ironico, misterioso, romantico, con la penna dell’autrice che mai si discosta dall’azione, tratteggiando un’ eroina che non conosce limiti né paura, che rischia grosso e che tutt’al più, finisce per ammaccarsi un pochino. Ma niente di grave.



 

 

 

 
 
 
 

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