La verità su Amedeo Consonni

La verità su Amedeo Consonni

Camogli. Novembre 2011. Alberto Scevola e Angela Mattioli si sono trasferiti lì da Milano, in una deliziosa casa rosa (un tempo appartenuta a tal Gassa, tipo strano) all’interno di un paesaggio idilliaco. Ormai sono in pensione e preferiscono vivere appartati e socializzare poco, forse nascondono qualcosa. Lui resta spesso solo, lei ha ancora molte pratiche familiari da sbrigare, perlopiù a Milano, nel condominio di ringhiera dov’era iniziata la loro storia. Alberto s’annoia e non sa bene che fare, continua a ritagliare articoli di cronaca nera, soprattutto segue la vicenda del prossimo processo sul caso della strage di Corsico (quattro vittime), in cui è coinvolto il pessimo vicequestore Magni, accusato di omicidio volontario; pare siano stati appena ritrovati due agenti della squadra che dirigeva, nudi dentro un camion in Turchia; erano scomparsi da quasi un anno, più o meno contemporaneamente a quando veniva dato per morto il testimone chiave, il sessantaseienne ex tappezziere Amedeo Consonni, giustiziato sotto casa, l’appartamento (8) ormai rimasto vuoto. Angela torna nel suo appartamento (2). Amici e inquilini maschi del condominio sono turbati dalla presenza della teutonica poliglotta Yutta che vive con il manovale Antonio (nel 9), capelli biondi e occhi verdi, un metro e ottantacinque di forme splendide, spesso discinta sul ballatoio, una dea. L’ottantaquattrenne Luis De Angelis (16) la spia di continuo col binocolo. Gianmarco, il figlio più grande (anni 14) della disoccupata Donatella Giorgi (appartamento 15), ha una visibile cotta. Non sono da meno Claudio, il marito alcolista occupato come badante presso l’anziana finta invalida Mattei-Ferri (12), i nipoti che prima capitavano di rado come Daniel (di Luis) e il piccolo Enrico (di Amedeo), l’architetto Jacopo Du Vivier (appartamenti 6 e 7). Solo peruviani e cinesi sembrano distratti; e infastidita certo è la furba Mattei-Ferri che sta tramando crimini nell’ombra. Alcune verità sono evidenti, altre meno…

Il bravo scrittore toscano Francesco Recami (Firenze, 1956) aveva lasciato in sospeso vari equivoci e sospetti sui personaggi della sua principale fortunata serie. Dopo l’anno raccontato nei sei programmati romanzi (pubblicati fra il 2011 e il 2016), la casa di ringhiera nasconde ancora segreti e continua a riservare profittevoli sorprese. La narrazione (opportunamente in terza varia) ha come protagonista quel curioso godibile microcosmo milanese, la ventina di inquilini di un modesto edificio del primo Novecento, con una corte rettangolare e ringhiere di ferro battuto, misfatti crimini emozioni sentimenti che lì si svolgono, storie di tutti i generi e sottogeneri. Il primo capitolo scompagina il quadro perché illustra la biografia di Giovanni Bacigalupo detto Gassa (1922-1991), marinaio di Camogli, bisnipote, nipote e figlio di marinai, forte motivato simpatizzante del Partito Comunista Italiano, considerato alla fine un po’ il matto del paese. Soltanto attraverso il dipanarsi delle avventure (ultimo il capitolo 53, “l’oro di Re Mida”) potremo forse capire perché il comunista ha rovinato la vita di Alberto a Camogli, intuire cosa accidenti c’entra con la casa di ringhiera o che poi ci faceva davvero Yutta a Milano, verificare qualche attuale verità pur mantenendo aperti e incerti tutti i futuri. I romanzi di Recami sono sempre una garbata compagnia, tutti sono e siamo un poco portati in giro, il gioco letterario funziona, nella buona e nella cattiva sorte. Qui torna pure la Svetka di Amedeo, Angela si scrive lunghe dettagliate lettere con un vecchio amore, appaiono Schiavone e La Marca sotto mentite spoglie.



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