La verità sul caso Orlandi

Estate 1993. Una fotografia in bianco e nero un po’ sfocata, un interno in penombra, una giovane donna con i capelli raccolti in uno chignon che indossa un abito nero monacale senza cuffia. La famiglia Orlandi è convinta che si tratti dell’immagine di Emanuela, la figlia scomparsa ormai da dieci anni. La foto è arrivata al loro avvocato per vie traverse: è stata scattata nel monastero di clausura di Peppange, un villaggio a sud del Lussemburgo. I genitori di Emanuela partono con il cuore in gola: hanno il permesso di un vescovo per infrangere la clausura e li accompagnano in questo “viaggio della speranza” l’altro figlio Pietro, il magistrato Rinaldo Principe e due poliziotti. Giunti in Lussemburgo, si coordinano con la gendarmeria locale, già allertata per tempo, e raggiungono il monastero. Mostrano il lasciapassare vaticano alla madre superiora di Peppange, lei indica la madre di Emanuela: “Può entrare solo la signora”. Gli uomini aspettano fuori, e quando dopo dieci minuti la porta si riapre e ricompaiono le due donne, tutti capiscono che si è trattato dell’ennesimo falso allarme. Si sono soltanto illusi di aver ritrovato Emanuela, la loro Emanuela non è qui, la loro Emanuela chissà dov’è... Primavera 1982. A Mosca, alla Lubjanka, la sede del KGB, il direttore Victor Lysenko ha indetto una riunione con i suoi principali collaboratori. Il problema da risolvere si chiama Alì Agca. È passato un anno da quando il terrorista turco ha tentato di uccidere Papa Giovanni Paolo II in piazza San Pietro e i servizi segreti bulgari, mandanti dell’attentato, non sono ancora riusciti a mandargli un messaggio per rassicurarlo, malgrado Agca, da vero duro, finora abbia mantenuto gli accordi presi e non abbia rivelato nulla sulle sue complicità. Ma Lysenko ha saputo che il turco ha chiesto un colloquio con il giudice Martani e ritiene che – deluso dal silenzio dei bulgari – stia meditando di collaborare con la giustizia italiana e barattare il suo ergastolo con le preziose informazioni che può fornire. È quindi urgentissimo intervenire…

Il 22 giugno 1983 a Roma scompariva in circostanze misteriose una ragazzina, la quindicenne Emanuela Orlandi, figlia di un commesso della Prefettura del Vaticano. Dopo l’iniziale sottovalutazione da parte della polizia, che pensava a una banale fuga d’amore, la vicenda deflagrò e catturò l’attenzione dell’opinione pubblica: la città era tappezzata di manifesti con il volto sorridente di Emanuela tratto da una foto un po’ sgranata e giorno dopo giorno l’affare si ingrossò, con telefonate anonime, con il collegamento con un caso precedente molto simile (la scomparsa di Mirella Gregori) che era fino a quel momento passato quasi inosservato, con una ridda di ipotesi investigative che spaziavano dalla tratta delle bianche al complotto internazionale e i ripetuti appelli del Papa, che fecero da subito pensare che i motivi del rapimento – perché a questo punto di rapimento pareva trattarsi, senza più dubbi – fossero in qualche modo legati al Vaticano e al suo ruolo sulla scena politica internazionale. Il drammatico caso, come si sa, non è stato mai risolto e la sorte della povera Emanuela Orlandi e di Mirella Gregori è tuttora ignota. L’esperto giornalista Vito Bruschini, direttore dell’agenzia di stampa per gli italiani nel mondo Globalpress Italia, ripropone in forma di fiction le tante piste seguite negli anni dagli inquirenti (anche quelle considerate depistaggi) o quelle suggerite dai media, ispirandosi soprattutto al lavoro e alla figura della cronista Raffaella Notariale, che nel 2006 fece entrare in scena la controversa Sabrina Minardi, ex compagna del boss della Banda della Magliana Enrico De Pedis. Bruschini concentra i sospetti su una manovra a tenaglia ordita da una fazione “pro Guerra Fredda” interna al Vaticano che voleva boicottare la politica ferocemente anti-URSS di Karol Wojtyla e il KGB e denuncia il comportamento spregiudicato di monsignor Paul Casimir Marcinkus, direttore dello IOR all’epoca dei fatti (è palesemente lui l’alto prelato col sigaro ritratto in copertina). Spiega però prudentemente l’autore: “Il mio è un romanzo, quindi cerca soprattutto di trasmettere emozioni, cosa che una lunga elencazione di situazioni, fatti e ipotesi difficilmente riesce a fare. Ma segue una sua pista e dà una sua versione del caso Orlandi suggerendo una verità tante volte cercata, ma che sempre qualcuno ha voluto nascondere per difendere propri particolari interessi”. Non è però l’arditezza delle tesi investigative ciò che rende La verità sul caso Orlandi un libro perlomeno imperfetto: è lo stile troppo povero e sbrigativo, privo di ogni profondità e ogni fascino, il plot costruito tutto in totale spregio della regola aurea “show, don’t tell”. Un approccio così sarebbe (forse) andato bene per un reportage, ma non è certo adatto a questa sorta di docufiction più fiction che docu. Dalla quale peraltro è stato tratto il film di Roberto Faenza La verità sta in cielo, interpretato da Riccardo Scamarcio, Greta Scarano, Maya Sansa e Valentina Lodovini, che ha ricevuto – a ben vedere – critiche simili.



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