La vita accanto

La vita accanto

C’è una bambina che corre per le strade della città quasi sempre al crepuscolo o nel buio. La sua bellissima zia Elvira, gemella di suo padre, o la sua governante l’accompagnano in queste scorribande. Nessuno la deve vedere: sembra dire questo quel silenzio iniziato con la sua nascita che ha reso sua madre, la bella statua dolente davanti cui suo padre prega tutte le sere ignorando completamente l’esistenza della figlia. Rebecca - così si chiama la bambina, anche se lei stessa stenta a riconoscersi in quel nome tanto poco l’ha sentito pronunciare -, è brutta, talmente brutta che il mondo non deve saperlo. Niente conservatorio, nonostante il talento e le mani da pianista, e niente catechismo per lei, lezioni private dalla zia o dal professor De Lellis: scoprirà gli altri bambini solo alle elementari e vivrà l’esperienza dell’altro da sè ancora una volta schermata dalla cattiveria del giudizio, tramite l’amicizia disinteressata di Lucilla, grassa, ciarliera e con una famiglia disgraziata in maniera diversa dalla sua, sempre pronta a raccontare la realtà senza filtro ma che in fondo le vuole realmente bene. La fuga della sua unica amica, alle soglie della scuola media, romperà il fragile equilibrio della sua vita ritirata più del suicidio di sua madre, più delle stranezze di Elvira. Ma le bambine brutte non possono soffrire, non ne hanno quasi il diritto e Rebecca lo sa. Cercando ancora una volta il modo di vivere silenziosamente la sua vita, troverà la sua strada e delle verità inaspettate, nei racconti e nella musica di una vecchia concertista che tutti credono pazza….
La bruttina talentuosa è una figura che è stata molto sfruttata in narrativa: generalmente trova un riscatto nelle sue doti, in un amore inaspettato (che da rospo la trasforma in una quanto meno mediocre principessa) e a volte, in una buona estetista. Qui non succede. “Da piccole le bambine pensano di poter diventare qualsiasi cosa: principesse, dottoresse, maestre, attrici. Una bambina brutta sa di essere sempre e solo brutta”. Questi sono alcuni dei pensieri di Rebecca, affidati a poche pagine che intervallano il racconto, quasi degli incisi in cui viene fuori la cifra caratteristica di questo libro, amarissimo eppure lieve. Perché Rebecca non è bruttina. È, a quanto pare, un mostro che induce la gente a distogliere lo sguardo da lei, e anche quelli che le vogliono bene a non incoraggiarla a cercare di veder smentito questo moto di disgusto generalizzato. È ricca, è un prodigio della musica, ha un padre medico che la potrebbe aiutare ma nessuna spettacolare catarsi, nessuna nota armoniosa irromperà all’improvviso nella sua vita. Né lei lo cerca. Non annaspa scompostamente per adeguarsi, per farsi amare. Non vuole cambiare il suo aspetto ma solo vivere nonostante tutto e tutti, senza aspirare a nient’altro che alla verità su sua madre e a un posto tranquillo, all’ombra ma felice. In questo caso il lettore non riesce a impietosirsi (solo per il tempo della lettura) davanti alle disavventure della protagonista: magari lo si induce a chiedersi, senza retorica per una volta, quanto peso l’aspetto fisico abbia realmente nella vita di una persona; e a rispondersi fuori dai denti che si, ne ha parecchio, e probabilmente sarebbe stato tra quelli che Rebecca, l’avrebbe forse non derisa, ma sicuramente emarginata o ignorata. Ci si può sentire meschini, ma le cose stanno così, il libro lo dice chiaramente: i brutti si facciano da parte. Una certezza però, rosa continuamente un tarlo, suggerito da un finale inaspettatamente quasi felice: quello che dietro all’apparenza tranquillizzante della bellezza e dell’equilibrio, ci siano molti più mostri e cose inquietanti di quanti ne rivela il riflesso poco piacevole di uno specchio.

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