La vita agra

La vita agra
1961. Un bibliotecario della provincia toscana lascia la moglie e il figlio e sale a Milano per lavorare. Questa almeno è la scusa ufficiale, ma la missione di cui si è auto-investito è un’altra: far saltare in aria il torracchione di vetro e cemento dove ha sede la dirigenza dell’azienda proprietaria della miniera esplosa a Ribolla. Il protagonista vuole vendicare i 43 operai morti sottoterra nel piccolo paese della Maremma, vittime dei tagli alle spese per la sicurezza e dei calcoli economici dei padroni che non hanno dato nessun peso alla vita umana. Ma i buoni propositi anarco-rivoluzionari del nostro si infrangono nella vita quotidiana della Milano del boom economico. Amalgamati in una realtà urbana che sembra priva di qualunque vestigia di umanità – di calore – gli ideali finiscono per sbiadire, per perdere il loro significato. Così il protagonista si trova a lavorare nell’industria culturale: dapprima redattore di un quindicinale di spettacolo poi, dopo il licenziamento, traduttore free-lance di romanzi e saggi in lingua inglese. Si lega a una donna, Anna, con cui va a vivere: insieme sperimentano una sessualità libera, un amore atavico, fuori dai vincoli della società. Ma con quella  società il protagonista è comunque costretto a convivere: deve lavorare per mantenere la moglie e il figlio – rimasti al paese – e la nuova compagna. Questo lo porta inevitabilmente a farsi meccanismo di quell’ingranaggio a lui odioso che è l’azienda moderna, tra colleghi arrivisti, capiufficio sprezzanti e segretarie carrieriste. Fagocitato nei ritmi disumani della città che consuma e produce, pian piano l'uomo si chiude sempre più in se stesso e sogna una rivoluzione che parta dalla liberazione sessuale e arrivi alla negazione stessa dei principi del consumismo...
La vita agra uscì nel 1962 e si impose subito come bestseller. In questo libro Bianciardi riesce ad intercettare e anticipare le dinamiche della società contemporanea: la disumanizzazione dei rapporti tra individui (‘larve’, li chiama lui), il bisogno di possedere sempre più beni superflui fino a divenire schiavi delle necessità che è il mercato stesso a indurci, la trasformazione della cultura in merce. A questa Italia che sta abbandonando per sempre le sue radici contadine, dove tutti rincorrono come impazziti un benessere che comunque è destinato a pochi e che non rende nessuno più felice, Bianciardi si oppone. Il suo negarsi al mondo esterno, il suo rifiutare i meccanismi sociali è una silenziosa e personale rivoluzione che sembra nuocere a lui soltanto ma che diventa l’unico atto etico possibile.

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