La vita delle piante

La vita delle piante
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Da centinaia di milioni di anni. Acque e terreferme. Le piante non corrono e non volano; non sono capaci di privilegiare un punto specifico dello spazio; devono restare là dove sono. L’assenza di movimento non è che il rovescio dell’adesione integrale al loro ambiente e a quanto succede loro. La vita vegetale è in continuità assoluta e in comunione totale con l’ambiente, un’interminabile contemplazione cosmica che arriva a fondersi con il mondo e a coincidere con la sua sostanza. Conseguentemente la botanica è un sapere privilegiato sul legame più stretto ed elementare che la vita possa stabilire con il mondo. Le piante non hanno bisogno, per sopravvivere, della mediazione di altri viventi, sono autotrofe, trasformano in corpo vivente l’energia solare, e nutrono ogni sostanza o aspetto degli animali: è solo perché esiste la fotosintesi che in atmosfera c’è abbastanza ossigeno da consentire la nostra vita animale. Per tutti i fattori biotici, dunque, “essere nel mondo significa trovarsi nell’impossibilità di non condividere lo spazio ambientale con altre forme di vita e di non essere esposti alla vita degli altri”. Non possono esistere frontiere stabili o reali: “il mondo è lo spazio che non si lascia mai ridurre a una casa, al proprio, all’abitazione, all’immediato”. I primi a colonizzare e a rendere abitabile la terraferma sono state proprio le piante, organismi capaci di fotosintesi che hanno innanzitutto trasformato l’atmosfera. L’origine del mondo è, perciò, stagionale, ritmica, caduca, come le foglie: fragili, vulnerabili, eppure capaci di ritornare e rivivere dopo aver attraversato la cattiva stagione…

Il filosofo Emanuele Coccia si è diplomato in un istituto tecnico agrario, prima di laurearsi a Macerata e insegnare in varie università, dal 2011 alla parigina École de Hautes Études en Sciences Sociales (EHESS). Col suo libro rievoca le idee nate in quei cinque anni di contemplazione della natura delle piante, del loro silenzio, della loro apparente indifferenza a tutto quel che chiamiamo cultura. Le brevi note (anche bibliografiche) sono in fondo a ognuno dei quindici paragrafi, narrati con partecipazione poetica. Dopo il prologo sul mondo vegetale impostosi ben prima e più diffusamente di quello animale, seguono le tre teorie cosmologiche, della foglia (o dell’atmosfera del mondo), della radice (o della vita degli astri), del fiore (o della ragione delle forme), infine l’epilogo e l’indice dei nomi. Pur sostenendo che anche le scienze della vita trascurano le piante (per troppo zoocentrismo) l’approccio non è del biologo o del botanico. Molti sono i riferimenti ai filosofi greci: il presocratico Anassagora, a esempio, “fu il primo a definire rigorosamente la mescolanza come la forma propria del mondo”. Tutto deve essere in tutto. Di qui l’immersione (vegetale) nel respiro del mondo: è con le radici che le piante arrivano a essere coscienti di ciò che gli accade intorno, vivendo simultaneamente in due ambienti, sotto e sopra, senza e con la forza di gravità. L’autore cita, non a caso, Darwin e, fra i contemporanei, Mancuso, proprio per ragionare sulla facoltà motrice delle piante, evidente anche nell’attirare altri viventi a sé: proprio i fiori consentono alle piante di assorbire e catturare il mondo. Per conoscerlo noi, invece, meglio dobbiamo imparare da loro anche un poco di autotrofia speculativa.



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