La vita di Charlotte Brontë

La vita di Charlotte Brontë

“Il villaggio di Haworth si presenta bene in vista; un eventuale viaggiatore, distante ancora due miglia, può già scorgere, sullo sfondo di un ampio panorama in ascesa rivestito di opache eriche viola, le sue case scaglionate lungo la china ripidissima di una collina. In vetta c’è una chiesa, e là muore la stretta via tracciata fra le abitazioni”. In quella chiesa, alcune lapidi murali ricordano che lì giacciono i resti mortali di Maria, sposa del Reverendo Brontë, morta a trentanove anni, e quelli di Maria sua figlia morta a dodici anni, di Elizabeth morta a undici, Patrick a trenta e Emily a ventinove; una lapide in memoria ricorda Anne morta a ventisette anni. Al doloroso elenco si aggiunge infine quella che ricorda la più longeva dei figli del Reverendo, Charlotte, morta il 31 marzo 1855 nel suo trentanovesimo anno di età. In quel villaggio di contadini, allevatori e operai, umili ma non poverissimi, coperto costantemente dal fumo dei comignoli e delle ciminiere dei numerosi complessi industriali (grazie all’abbondanza di carbone e corsi di acqua montana), erano cresciuti i piccoli Brontë, silenziosi e troppo seri per essere dei bambini dopo la morte prematura della loro madre. La gente dello Yorkshire è “selvatica”, il loro accento aspro, forse per effetto “dell’eredità, ancor viva in loro, lasciata dai lontani antenati Vichinghi”. Il Reverendo Patrick Brontë, poi, discende da una antica famiglia irlandese, che “spiccava per grande forza fisica e per indiscutibile bellezza”, e cerca di tenere a bada il suo carattere irruento, ma non sempre ci riesce. Purtroppo per i suoi bambini “era molto impegnato nel suo studio, inoltre non aveva naturale simpatia per l’infanzia, la comparsa ripetitiva di nuovi bambini sulla scena domestica lo indisponeva”; inoltre è misantropo, al limite dell’irascibile, severo e rigido nei suoi veementi pregiudizi. I suoi figli “non erano abituati alle gioie infantili. Erano tutto gli uni per gli altri”, e crescono passando dall’infanzia alla giovinezza senza altra compagnia. In questa atmosfera e in questo ambiente, Charlotte nasce il 21 aprile 1816; sarà una fanciulla chiusa e tormentata e conoscerà grandi sofferenze – tra tutte la morte delle amate sorelle Emily (l’autrice di Cime tempestose) e Anne (anche lei scrittrice, meno fortunata delle altre due, autrice di Agnes Grey e de La signora di Widfell Hall) – ma il suo nome è destinato all’immortalità quando il suo Jane Eyre, pubblicato nel 1847 con lo pseudonimo Currer Bell, diventerà uno dei più importanti e famosi romanzi della cosiddetta letteratura vittoriana…

Nel 1857, due anni dopo la morte di Charlotte, terza dei sei figli del Reverendo Brontë, edita dalla londinese Smith, Elder & Co – la stessa che aveva conosciuto il suo primo vero successo proprio con Jane Eyre – esce questa biografia scritta da una amica della scrittrice, Elizabeth Gaskell, fortemente voluta da suo padre. Gaskell era anche lei una affermata scrittrice, autrice di romanzi e racconti, soprattutto gotici, di un certo successo, e accettò volentieri l’invito del Reverendo Brontë. Per scrivere questa biografia raccolse lettere, interviste e testimonianze di tutti coloro che avevano conosciuto Charlotte e non esitò, per questo, ad intraprendere un viaggio attraverso l’Inghilterra e il Belgio. Tra queste, la fonte più importante è costituita dalle oltre 500 lettere scambiate con la sua cara amica Ellen Nussey, conosciuta a scuola, con la quale ebbe una corrispondenza durata ventiquattro anni e il cui fratello chiese anche la mano di Charlotte, ricevendone però un rifiuto. Il taglio scelto per questa biografia privilegia piuttosto gli aspetti più personali e intimi della Brontë che quelli artistici, tracciando il ritratto di una personalità originale, timida, introversa, tormentata, intelligente e acuta; e tuttavia il risultato è in assoluto la biografia di Charlotte più ampia ed esaustiva esistente. Questo nonostante si sappia che Gaskell abbia dovuto tralasciare alcune importanti informazioni. Alcune legate in qualche modo alla morte delle due sorelle di Charlotte e alla vita nella Cowan Bridge School dove le piccole avevano studiato, per evitare denunce del suo fondatore, William Carus Wilson, che già all’epoca aveva citato in giudizio l’editore di Jane Eyre perché nel romanzo aveva visto riferimenti diffamatori nella parte relativa alla vita di collegio e all’epidemia di febbre tifoide. Altri particolari accuratamente omessi riguardano invece la relazione con George Smith, editore di Charlotte, e prima ancora la storia d’amore con Constantin Héger, uomo sposato, che in Belgio fu suo insegnante e poi collega. Quando Elizabeth aveva incontrato Héger in Belgio, questi le aveva mostrato le lettere di Charlotte dopo averne stracciato alcuni pezzi. Fu sua moglie a recuperarli e a ricomporre le lettere, donate poi dai loro figli al British Museum. Un saggio importante questo della Gaskell – che aveva incontrato la scrittrice per la prima volta nel 1850 – ponderoso e impegnativo eppure scorrevole come un romanzo; il lettore si ritrova immerso nella vita della Brontë e della sua famiglia grazie al suo racconto particolareggiato, le descrizioni puntuali e precise dei luoghi gli permettono quasi di vedere l’ambiente in cui è cresciuta, di viverne le giornate trascorse nella Canonica vicino al piccolo cimitero. Una lettura imprescindibile, insomma, per tutti coloro che hanno letto e amato i romanzi delle sorelle Brontë e in particolare Jane Eyre, la cui protagonista, tra l’altro e come è noto, è così moderna da essere considerata l’antesignana delle eroine femministe.



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