La vita dispari

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La vicenda di Buttarelli sbanda un po’ nella parte finale, ma qui si sta solo cercando di mettere ordine fra i fatti, come in una processione. Zio Vilmer – detto Gualtieri – raccontava le cose “per intermittenze e ricadute”, lasciando che il tutto venisse centrifugato e mescolato in maniera confusa; chiunque lo abbia conosciuto potrebbe confermarvi questa versione. In questo racconto Vilmer-Gualtieri è la fonte principale, per un semplice motivo: non c’era altra scelta, era un grande amico di Buttarelli (che è il cuore pulsante di ciò che si sta per andare a raccontare), ma conosceva bene anche Venanzio e Isaia Landemberger. Nel tabacchino dei fratelli Gualtieri trovava ancora le sue sigarette predilette, che erano da tempo state ritirate dal commercio per ragioni sanitarie; in magazzino, stipate clandestinamente fino a esaurimento scorte, c’erano ancora delle Regal Macedonian che lo zio aspirava profondamente e con gusto. Se non lo aveste ancora dedotto dalla sua dipendenza dal tabacco, precisiamo che Gualtieri è morto da una quindicina d’anni, per uno scherzo del destino pochi giorni dopo che le scorte di Regal Macedonian erano terminate (ma tutto questo è davvero casuale?). Da ciò che era solito raccontare, emergeva che Buttarelli sin dall’infanzia si preannunciava come un personaggio a dir poco singolare, pieno di fissazioni, come quella per le differenze e le divisioni: la prima, fondamentale e biologica, quella fra maschio e femmina, da cui nasceva una profonda idiosincrasia verso tutto ciò che fosse ibrido e mescolanza. Ma non è tutta qui la stranezza della vicenda: nella scuola elementare “Dioscoride Polacco” vigeva la cultura del divieto, con ordinanze strampalate che vietavano addirittura di bere e di sudare…

Se si legge La vita dispari, c’è bisogno di una cinquantina di pagine buone prima di inquadrare appieno la singolarità dell’opera, o almeno per avere idea del tipo di scrittura che si ha di fronte. Già, perché i personaggi di Paolo Colagrande, a partire da Buttarelli, Gualtieri, ma anche i Landemberger o Meribel, appaiono fumosi, spettri a cui a stento riusciamo a dare più che un nome per quanto sono scarne le loro descrizioni e le loro caratterizzazioni. La loro evanescenza disorienta, ma lascia lo spazio all’abitudine una volta che il lettore entra nel mood giusto. Intendiamoci, la prosa di Colagrande è pregevole, curata, ma forse eccessivamente arzigogolata e contorta; per fare un esempio, più e più volte può capitare di leggere lunghissime divagazioni che si allontanano dal centro della questione (per stessa ammissione dell’io narrante, che si trova spesso a interagire direttamente coi suoi lettori, rompendo la quarta parete con frasi come “E su questa frase possiamo chiudere la parentesi”, oppure “continuando questa parentesi che adesso poi giuro chiudo subito”). Il narratore è inattendibile, doppiamente, perché ci rimanda a delle vicende di cui ha solo sentito parlare. Ciò che ci viene somministrato è una versione parziale, probabilmente non veritiera. Questo senza dubbio rende più affascinante l’impianto complessivo dell’opera, che tradisce una certa fascinazione per le storie di seconda mano. La distanza dalla realtà è amplificata tanto dalla tecnica narrativa inusuale quanto dai nomi bislacchi dei personaggi, e risulta subito chiaro che l’intento del romanzo è sicuramente umoristico, dissacrante. La lettura è tutto sommato piacevole, se non fosse per un particolare davvero difficile da digerire: la totale assenza di dialoghi e della loro funziona mimetica, che serve a dare vitalità e concretezza alle vicende e alle persone, mentre tutto resta sospeso in una nube di indefinitezza. Non ci resta che fidarci (oppure no) del narratore e della sua unica fonte, Gualtieri, ma forse era questo il risultato a cui mirava l’autore, e la conquista della finale del Premio Campiello sembrerebbe dargli ragione.



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