La vita oscena

La vita oscena
Un bambino osserva il mondo degli adulti e prende coscienza del fatto che vivere a volte è pauroso.  Lo stesso bambino si ritrova con molte domande ma nessuna risposta, in una vita gelata dai silenzi del padre e dalla ‘brutta malattia’ della madre. Sullo sfondo delle sue giornate le gite in macchina, interrotte bruscamente dalla “faccia della morte” e le canzoni di Carosello. A riempire il vuoto lasciato dai genitori prematuramente scomparsi l’alcool e gli psicofarmaci. Il torpore e l’intontimento che porteranno il bambino, ormai ragazzo, a far esplodere la casa maneggiando una bombola del gas. Le ustioni, l’ospedale dove gli oggetti di uso comune come le imitazioni che vendono al discount vengono caricate di affetto e umanità, e le cure possono sembrare l’avere toccato con molta lucidità il fondo. Invece si è pronti per continuare, scavando, cercando altro - dopo il fondo. Allora ecco ancora il mondo dopo essere guariti e Milano, l’accoglienza in un patronato cattolico per studenti e lavoratori, l’eredità in banca e gli zii distanti. Una terribile e spasmodica voglia di autodistruzione arriva. Come fare? La soluzione più semplice e veloce arriva dalle letture notturne di George Trakl, il poeta innamorato della sorella e suicidatosi con una grossa dose di cocaina. Quel quantitativo era scritto dettagliatamente sui libri, si poteva fare lo stesso. Il ragazzo allora ritira tutti i soldi dal conto in banca e si mette in cerca della sua via verso la morte. Dopo lunga e statica ricerca, quasi fosse un rito che si deve subire, riesce ad avere la droga che cerca. La stende sul letto, in una lunga striscia. La osserva. Inizia per lui l’inferno nella stanza del patronato, tra libri di poesie e riviste pornografiche. La cocaina però non è destinata a fare l’effetto sperato, essendo stata tagliata con le anfetamine. Ma regala al ragazzo un grande appetito sessuale, che lo spingerà a provare ogni tipo di depravazione. Inizia così una folle corse in una Milano sospesa, quasi ridotta alla piccolezza di scenografia muta. L’importante sono gli annunci sui giornali, i taxi, gli indirizzi, i campanelli da suonare, le prostitute, le mistress,  gli omosessuali, i transessuali. Ogni incontro una perversione subita o realizzata, ogni fine incontro un abbruttimento raggiunto. E ancora cocaina, e ancora voglia di perdersi fino al crollo, alla visione, alla rinascita metaforica e fisica. E tutto quello che resta sono cose che vengono scritte e cose che vengono lette…
Aldo Nove torna con violenza, la stessa che ci aveva regalato nel suo esordio cannibale con Woobinda e ripetuto con Superwoobinda. Ma torna anche con estrema pietà e sincerità. Il bambino e poi il ragazzo protagonisti del romanzo altri non sono che lui, raccontato in ventotto brevi capitoli con i quali ci fa fare i conti con la sua vita oscena, raccontata senza imbarazzo ed omissioni. Autobiografia anomala, che sembra puntare ai fatti senza lasciarsi coinvolgere o sviare dalla voglia di raccontare per accumulo di pagine e situazioni. E ci regala un grandissimo spazio intimo vestito da romanzo. Violenza distruttiva e pietà per un ragazzo che, per un periodo della sua vita, non ha saputo cosa fare e come fare per restare al mondo. E ci presenta una fiaba nera, funerea, che apre subito con un monito: “Mio padre morì all’improvviso, di ictus. Gli sopravvisse mia madre, malata da anni di cancro”. Nove sembra dirci con molto garbo che gli eventi non sempre vanno come dovrebbe sembrare - o essere - logico che evolvano. La vita oscena sembra rappresentare anche un punto zero nella dimensione letteraria di Nove. Un congedo da quanto fatto fino ad oggi in narrativa e l’apertura ad altre forme di storie e scritture: “Le storie vengono da un luogo lontano dove siamo già stati”, dice verso la fine del libro l’autore narrante. E allora lo aspettiamo, che torni e ci racconti altro.

 

 

 

 
 
 
 
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