La vita sconosciuta

La vita sconosciuta

Quando, dalle labbra fintamente compunte di un medico dall’effeminata virilità con voce aggraziata e mani pelose, si libra davanti a lui la parola “deceduta” in un volo beffardo e macabro, lui la corregge subito mentalmente in “deceduti”. Sì, perché quello del medico è il brutale annuncio di una morte doppia. Insieme ad Agata sparisce infatti anche lui, dalla faccia della terra. Avverte uno smottamento sotto i suoi piedi, faglie capaci di risucchiare in un cratere il suo passato e il suo presente e di strattonare per le caviglie un futuro già sull’orlo del precipizio. Sa che la vita che da un po’ di tempo a questa parte con continui salti mortali si ritrova ad amministrare adesso è in realtà solo una banale proiezione di vita, come la residua coda di luce di una stella che in verità si è già spenta. Rivede Agata distesa su una barella, in un angolo della rianimazione, con un viso miracolosamente non sfigurato dalla morte. Rivede sé medesimo, i suoi suoceri, originari di Gela, con cui i rapporti sono praticamente da sempre inesistenti, e suo fratello, dilaniati da un pianto ininterrotto, stretti in un finto raccoglimento perché il paravento lascia margini scoperti dove qualsiasi occhio indiscreto può riposarsi, dove le voci di infermieri, pazienti e parenti intorno a loro, affannati sulle loro porzioni di dolore subito o assistito, si mescolano ai loro singulti strozzati. Rivede Agata distesa su una barella come un capo di bestiame, toccata e riposta con la stessa malagrazia, con la stessa svelta noncuranza con la quale si maneggia un vitello macellato. Due infermieri ‒ con la loro recitata afflizione intagliata in volti di pietra ‒ ritardano di proposito le procedure per la camera mortuaria, come a elargirgli una grazia speciale, lasciandolo chino sul corpo di Agata. Ernesto prova immediato risentimento per quel delicato riguardo che pure sente come un diritto. No, la grazia speciale sarebbe stata un’altra: essere prelevato a forza, adagiato su un letto e finito con una puntura letale così che la morte di sua moglie coincidesse con la sua. La morte è tanto devastante, prima ancora che per il suo significato di assenza definitiva, quanto più si ha il tempo di vederla disegnata su un corpo che si è visto muoversi per anni. Guarda Agata, in questa sua nuova nudità immobile e ascetica, e lì davanti a sua madre e a suo padre, lì in un ospedale ferito dal dolore del mondo, gli sovviene la prima volta che si è scoperta dinnanzi a lui. Nel momento dell’addio alla donna che aveva sposato,chissà se per esorcizzare o banalizzare il dolore, la sua mente fu sfiorata da pensieri osceni...

Con Finché dura la colpa ‒ il suo ottimo esordio narrativo nel quale si muoveva avanti e indietro nel tempo fra il 1984 e il 1998 in un mondo di male e pena dal quale emergere sembrava praticamente impossibile nonostante i tentativi di salvarsi da sé, attraverso la lettura, tra angeli dal nome di Anna e una periferia brianzola fumigante di ciminiere, impersonale e claustrofobica ‒ il giovane Crocifisso Dentello si è imposto con merito sulla scena letteraria. L’originalità della sua voce, comunque dotta, densa e ricca di riferimenti elevati e vari, di sfumature che compongono una narrativa mai incoerente, caleidoscopica e piena di livelli di interpretazione e punti di vista, si conferma in questo nuovo romanzo che ricostruisce una quotidianità bruciante ma anche una Storia che in gran parte per età l’autore non può aver vissuto, ma che pure riesce a raccontare con un piglio, un’asciuttezza, una precisione e una potenza che rendono la sua prosa non solo chirurgica, bensì pure capace di generare empatia, di coinvolgere, far immedesimare, camminare per le stesse strade tra menzogne, irresolutezze, codardie, paure, rimpianti, rimorsi e sensi di colpa che percorrono per tre decenni Ernesto, narratore in prima persona, e Agata. Amici. Sodali politici dalle illusioni frustrate, tentati dal brigatismo. Sposi. Emarginati. Poveri in una società che non li conosce e in cui non si riconoscono. Vite ignote per chi non sa nemmeno cosa sia la sofferenza, vite sconosciute. Perché il titolo del romanzo esplosivo – specie l’incipit, seducente e destabilizzante insieme – di Dentello rispecchia pienamente la molteplicità di significati che caratterizza la sua scrittura. Ernesto e Agata insieme hanno aggiunto giorni alla vita, non vita ai giorni. Non conoscono la vita. Non sanno cosa sia. Non l’hanno vissuta. Sono sconosciuti l’uno all’altra, in fondo. Sono ai margini. È sconosciuto il mistero dell’esistenza, che abbandona Agata all’improvviso, per via del sangue che tutto insieme le inonda il cervello mentre è seduta sul divano di fronte alla tv. E in quel momento Ernesto non c’è. È uscito, in giro per Milano. Ma non è al bar a sbollire un po’ i nervi davanti a un bicchiere, come forse pensa lei. È al parco. In ginocchio davanti a un prostituto nordafricano di cui, in quella stessa bocca che poi sciacquerà furiosamente col collutorio, quella stessa bocca che urlerà il suo dolore per la morte della moglie (dolore che però lo lascia anche libero di vivere, di conoscere la vita e il sesso come vuole), serra ora il pene eretto ed eiaculante.



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