La vita segreta dei mammut in Pianura Padana

La vita segreta dei mammut in Pianura Padana
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Ruggero sta andando verso casa, costeggiando il fossato privo d’acqua che si trova proprio nei pressi della sua abitazione. D’improvviso, ai suoi piedi, un oggetto scuro e misterioso, che sembra calato dal cielo. Ha tutto l’aspetto di un pezzo di meteorite, pensa. Non può immaginare che sia opera di due suoi amici Marco e Sergio, che l’hanno realizzato scaldando del ferro in officina e quella sera, nascosti in un anfratto, gliel’hanno fatto trovare tra i piedi, nella strada verso casa… Il cielo è grigio plumbeo, sull’isolotto Schiavi. Giuseppe e Giosuè parlano di un loro compaesano, detto Bruce Lee, e di quel giorno che aveva fatto “la prova del fuoco”, spegnendo una sigaretta accesa nel solco tra braccio e avambraccio, quasi senza battere ciglio. Mentre ricordano quell’episodio, si mette a piovere di brutto. Corrono verso lo scooter per andare via, ma proprio in quel momento una bambina sbuca dal nulla e prende a fissarli… “Tra un po’ diventerò papà”, annuncia fiero Wolfango a Luciano, che resta un po’ sorpreso. L’effetto è quello lì, quando i tuoi coetanei diventano grandi, fanno cose da grandi e ti rendi conto, quindi, che grande ormai lo sei anche te. Luciano pensa che Wolfango avrà un bambino, o una bambina, che quando avrà diciotto anni lui ne avrà trentotto. Certo è che Wolfango dovrà mantenerlo, poterne pagare le cure, gli studi, tutto ciò che sarà necessario per la piccola o il piccolo. Ha bisogno di soldi sì, quelli che va a chiedere, con orgoglio e insistenza a Verner, il suo datore di lavoro… Fiorenzo è troppo lungo, Fiore è il nome con cui lo chiamano gli amici di sempre. La sua vita è costellata di “bersagli errati”, cioè tutte le persone per cui ha provato dei sentimenti ma che, in modo diverso e in diversa intensità, lo hanno deluso. Come il suo amico Alessandro, a cui aveva rivelato di aver trovato un lavoro in un centro di essiccazione cereali, un buon posto in un momento in cui aveva bisogno di soldi. Il giorno dopo si presentò per cominciare ma quel posto l’aveva preso qualcun altro e era Alessandro, a cui Fiore non rivolse più la parola. Un altro bersaglio errato è Elettra, di cui è stato pazzamente innamorato. Ma Elettra ora sta per sposarsi con Giorgio, un carabiniere.… “Le date da bambino non si tengono a mente” ma una cosa è certa, era primavera quando era andato a pescare al fosso per la prima volta. Prima c’era passato solo diverse volte col nonno in bicicletta. Da solo mai, fino a quel giorno…

La Bassa Padana è un “immenso tavolo essiccatore in cui d’estate fa troppo caldo”. Qui “le vecchie case coloniche hanno ancora residui bellici nel solaio”, “le chiese hanno campane ferme da anni”, ai bambini è concesso stare tutto il giorno fuori nei campi ma non possono alzarsi da letto se una vacca ha partorito. È in questo scenario sospeso tra l’apocalittico e il quotidiano, tra la cappa di nebbia e la calura estiva, che prendono vita le storie di Davide Bregola de La vita segreta dei mammut in Pianura Padana. Brevi episodi letterari, istantanee di un’umanità ordinaria ma nel contempo ironica, dolente, e a volte spietata. Bregola, già vincitore del premio Tondelli per la narrativa con Viaggi e corrispondenze nel 1999, autore di saggi sulla letteratura migrante - Da qui verso casa del 2002 e Il catalogo delle voci del 2005 – con questa raccolta si è aggiudicato il Premio Chiara 2017, dedicato proprio ai racconti italiani, superando Francesca Manfredi e Luca Ricci. Il perché dei mammut del titolo lo spiega bene in un’intervista a “Osservatorio Cattedrale”: “I mammut di cui parlo sono delle figure in via di estinzione, ossia l’uomo del 20° secolo, siamo tutti noi. […] Sono segreti, proprio perché le persone non si accorgono di loro e spesso essi stessi non si accorgono di loro”. I personaggi di Bregola si muovono in questo paesaggio rarefatto e quasi mitologico, che mentre leggi quasi lo puoi sentire sulla pelle, con la sua afa appiccicosa e la cappa di nebbia con il suo alone di mistero. C’è Giovanni Silloni, che diffonde comunicati come fosse in clandestinità, nome in codice KGB, convinto di trovare dei cadaveri sulla sponda del fiume, per poi essere scovato dai suoi genitori e chiuso nella sua stanza. C’è Fiorenzo detto Fiore, con le sue sconfitte e le sue delusioni, perché “ogni estate e ogni inverno passati a crescere rabbiosamente sono serviti a Fiore per comprendere meglio la sofferenza”. C’è Samuele, scappato a Londra per provare a scappare da un dolore che in realtà è dentro di lui, a tratti invidioso della stabilità del cugino, David, rimasto qui a spezzarsi la schiena a lavorare. C’è un ragazzino, con le sue prime scoperte: il fosso, la pesca, le tartarughe, le piccole grandi esperienze che trasformano la curiosità in consapevolezza. E poi ci sono nonni dalla profonda saggezza, bambini troppo cresciuti e adulti rimasti bambini, amori interrotti e sogni infranti; gente della Bassa, uomini, donne e bambini con tutte le loro stranezze e contraddizioni. La scrittura di Bregola affonda in una ben precisa tradizione italiana, quella di Zavattini, Guareschi, o anche Cavazzoni; è una scrittura umoristica, tagliente, capace di raccontare vicende tristi, angoscianti o divertenti con la medesima abilità. Sono piccole storie di provincia, le sue, che commuovono e fanno ridere e che scivolano via lievi e veloci, lasciando chi legge tra amarezza e sorrisi.



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