La vita senza fard

La vita senza fard
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Nel 1959 Maryse Condé si trasferisce da Parigi in Costa d’Avorio. L’ufficio francese della cooperazione cerca giovani disposti a trasferirsi in Africa per lavorare e lei vuole cambiare vita, non intende pensare alle Antille, la nazione dove è nata, prova troppo dolore a voltarsi indietro e pensare al padre ed alla madre lasciati nell’isola. A Bingerville, in Costa d’Avorio c’è un grande edificio chiamato “L’orfanotrofio dei meticci “che ospita i bambini di sangue misto, figli di francesi e di donne ivoriane che i genitori non hanno voluto tenere. I ragazzini che ci vivono sono di colore pallido, si sentono rifiutati sia dai francesi che dagli ivoriani e passeggiano per la cittadina accompagnati dai sorveglianti del collegio che li trattano da piccoli prigionieri. È da poco che ha messo piede in Africa ed avverte che gli africani detestano gli antillani. Non dovrebbero ma li detestano perché non sono puri africani ma discendenti dagli schiavi neri trasportati a forza dal continente africano in altri territori. Gli antillani dal canto loro definiscono misteriosa l’Africa. Maryse si trova senza marito, con un bambino piccolo da mantenere ed è incinta, non solo ha bisogno di sostegno economico ma ha anche un gran desiderio di comprendere le contraddizioni esistenti tra i vari popoli che abitano il continente in cui ha deciso di vivere. Così nelle ore libere dall’insegnamento cerca di fare amicizia con gli ivoriani che la circondano. Comincia ad avvicinarsi a Jiman, un aiutante che la scuola le ha messo a disposizione come uomo di fatica. Jiman proviene dal Niger ed è anziano, è lui che si sofferma a raccontare a Maryse i conflitti intertribali esistenti all’interno della propria nazione svelandole i pogrom avvenuti un anno prima, nell’ottobre del 1958 contro la popolazione originaria del Dahomey, l’attuale Benin. È ancora Jiman che si mostra affettuoso con il piccolo Denis, figlio di Maryse al punto che il bambino gli si affeziona come ad un nonno. La donna però frequenta anche esponenti politici ivoriani e si convince che una nuova Africa sta faticosamente venendo alla luce. Un’Africa che può fare affidamento sulle proprie forze senza lasciarsi sottomettere dall’arroganza o dal paternalismo dei colonizzatori. Come antillana però avverte la dolorosa sensazione di essere tenuta a distanza dai residenti…

Maryse Condé è una famosa scrittrice francese nata nel 1937 in Guadalupa, l’isola dei Caraibi compresa nei territori francesi d’oltremare. Per le peculiari vicende della propria esistenza, trasfuse con grande sensibilità in numerosi romanzi e soprattutto nell’autobiografia dal titolo La vita senza fard, rappresenta una voce importante riguardo ad un concetto che spesso sfugge ai lettori europei: quello dell’identità culturale di scrittori e autori francofoni di “pelle scura”. Nella gran parte dei casi si tratta di discendenti di schiavi neri deportati in altri continenti oppure di residenti in territori colonizzati dagli europei. Maryse Condé esprime entrambe le identità e per questo motivo desta interesse. Sin dall’arrivo a Parigi dalle Antille pur essendo cittadina francese avverte di non essere immigrata ma al contempo non si sente autentica europea. In effetti non lo è. Il colore della pelle tradisce una diversa origine. È a tutti gli effetti una signorina beneducata, conosce la storia e la cultura francese e possiede un’educazione borghese, ma non conosce per nulla la storia del continente africano cui appartiene per tratti somatici. Così decide di spostarsi in Africa, in Costa d’Avorio e poi in Guinea in Ghana e in Senegal per poi tornare in Francia e scrivere, scrivere della doppia identità culturale che possiede e che anima la propria vena romanzesca. La vicenda umana di Maryse s’intreccia così alle vicende politiche dell’Europa e dell’Africa e trovano posto, nel libro i colpi di stato, il socialismo africano, il paternalismo dei bianchi, l’elaborazione caotica e difficile dell’eredità lasciata agli africani dopo il colonialismo. Su tutto ed oltre la scrittura, priva assolutamente di smancerie e di rappresentazioni etniche emerge l’impegno civile della scrittrice che oramai affermata e pluripremiata, lotta per riportare a galla le tristi conseguenze della deportazione di interi popoli africani verso l’America e per consentire, attraverso la conoscenza della storia il superamento dell’odio razziale.



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