La vita tranquilla

Inseguire Jérôme è come inseguire un presagio di morte. Eppure dopo averlo pestato e ridotto a un cencio irriconoscibile, sembra che Nicolas non ne abbia ancora abbastanza. Dietro di lui sua sorella Françou lo raggiunge e gli si attacca ai talloni fino a le Bugues. Proseguono dove la strada si inerpica in salita oltre il bosco e finisce in una ripida scarpata, in quella campagna fertile e remota dove vive quel che resta della famiglia Veyrenattes, non più gloriosa, non più felice, privata dei suoi sogni e dei suoi denari molti anni fa. Tutta colpa di zio Jérôme!, pensa Françou, che senza rimorso né onta assiste all’arrancare stanco dello zio fino a casa, dove non troverà né cure né ristoro, nessun medico a curarlo e nessun prete ad assistere ai suoi ultimi respiri. Ma in fondo se l’è cercata lui, andava a letto con Clémence, la moglie di Nicolas, è stata proprio Françou a scoprirli e a raccontarlo a suo fratello : vuole forse che muoia e che sia proprio lui ad averlo ammazzato? E dopo la sua morte, chi può dire che cosa accadrà ai Veyrenattes?

Secondo romanzo di Marguerite Duras, aspro, asciutto, sincero, fedele all’indimenticabile stile narrativo della femme écrivain francese nata a Saigon. Scritto nel 1944 e rivisitato nel ’72, La vita tranquilla sopporta stoicamente il peso degli anni, eternandosi come una riflessione senza tempo sull’importanza ineluttabile della noia, la cui presenza accompagna e scandisce i ritmi della vita terrena. Portatrice di quel sentimento romantico che è lo spleen di baudelairiana memoria, la protagonista e voce narrante Françou ci racconta uno scorcio estivo assai tetro, denso di lugubri avvenimenti: dall’agonia di Jérôme alla morte di Nicolas, con il misterioso Tiène a tenerle compagnia nel suo letto di giovane nubile e mai desiderata. Alla base di tutto c’è ancora una volta un dissesto economico, a cui segue un’ondata di sfortuna che travolge l’intera famiglia, e così come ne La diga sul Pacifico che prelude a L’amante, anche qui il principio della fine è dovuto a scelte sbagliate, in questo caso di Jérôme e di suo cognato. Scolpiti nell’immobile pesantezza del marmo, i personaggi appaiono privi di quell’energia vitale che spinge all’azione. Non si ribellano, no, aspettano piuttosto che qualcosa qualunque cosa accada e cambi il loro destino. Memorabile e ieratica appare la figura della madre, anch’essa impotente e fuori dal tempo ”(…) L’avevo sempre conosciuta incantata dal balenare dei giorni che passano, e quali che fossero stati, cupi o felici, lei non aveva mai pensato di rattristarsene o di rallegrarsene. Non era né felice né infelice, non stava con noi: era con il tempo che passa, in accordo con esso”. Che dire se non che la carta ingiallisce, ma il talento mai.

 


 

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