La vita va avanti

La vita va avanti
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Armando si sveglia disteso nell’erba. Non sa assolutamente dove si trovi né ricorda come ci sia finito. Lentamente si alza. Non sente dolore. Solo una infinita spossatezza. Guarda il cielo. È notte. Le stelle splendono e non c’è una nuvola. Che cosa gli è successo? Come è finito disteso in un prato senza ricordare assolutamente nulla di quello che sia accaduto? Deve semplicemente ragionare, calmarsi e mettere in fila i ricordi. Che sia stato uno scherzo dei suoi amici? Comincia lentamente a camminare e a chiedere aiuto a gran voce sebbene tutto attorno a lui ci sia un silenzio quasi assordante. Ad un certo punto capisce dove si trova. È al cimitero del suo paese. Cerca il custode. Vuole assolutamente uscire e tornare alla sua vita. Eppure il custode, nonostante lui si sbracci e urli, sembra non sentire la sua voce e non percepire la sua presenza. Armando è sconcertato e furioso. Mentre continua a voler attirare l’attenzione del custode scorge tre uomini che sembrano attenderlo. Ad Armando non piacciono. Che diavolo ci fanno di notte al cimitero? E che diavolo ci fa lui in un luogo che frequenta pochissimo e soprattutto perché sembra che solo i tre uomini lo vedano e vogliano parlargli mentre il custode lo ignora completamente?

La vita va avanti è un romanzo intenso ed è, allo stesso tempo, una lunga meditazione sulla morte. Misurarsi con un tema così pregnante è una operazione molto complessa. Vito Ferro, classe 1977, autore di altri romanzi e racconti, lo fa regalandoci un lavoro molto interessante. La storia potrebbe, di primo acchito, parere già letta mille e mille volte. Il protagonista che è deceduto e non ne ha consapevolezza, il cimitero come luogo in cui transitano le “anime” che non hanno ancora trovato pace, potrebbero apparire dei cliché. Sta invece nella scrittura e nella profonda sensibilità dell’autore lo scarto tra quello che può apparire “scontato” e quel tocco che rende una storia inconfondibile e totalmente diversa da tutte le altre che affrontano le stesse tematiche. Vito Ferro ha un modo di narrare avvolgente, non lascia mai che ci siano momenti di stasi nel suo racconto. Il periodare è complesso e sembra quasi un lungo flusso di coscienza del protagonista. Mentre leggiamo la storia di Armando, con tanto di colpo di scena finale, cominciamo ad interrogarci su noi stessi, sul nostro rapporto con la morte, con le persone che abbiamo amato e che sono venute a mancare, con i mille ricordi che ognuno ha e che custodisce gelosamente. Vito Ferro fa sì che il lettore si metta in discussione, che una fitta sottile di malinconia ci attraversi il petto. Ed è già questo un grande risultato.



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