La vita vera

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Demo è un complesso residenziale pilota. Una cinquantina di case prefabbricate tirate su negli anni Settanta, grigie e allineate come lapidi con attorno il bosco dei Piccoli Impiccati. La loro casa, dove vive con la madre, il padre e il fratellino Gilles, ha quattro stanze. Una è quella dei cadaveri impagliati da suo padre: cervi, cinghiali, cerbiatti, impala, un leone che azzanna una zebra. E soprattutto la iena che, con quei suoi occhi che la fissano, sembra così viva da fare spavento. Tutto il suo mondo, in verità, è popolato da mostri. Suo padre, “un uomo immenso, spalle larghe, mani da gigante e la stazza da squartatore”, quando non se ne va per una battuta di caccia, è il più pericoloso. La sua violenza si scarica sulla madre, un’ameba che non reagisce alle botte dell’uomo e che si perde nel suo mondo dove trovano posto solo le capre che alleva in giardino e un pappagallo verde che tiene in gabbia. Dal giorno in cui lei e suo fratello assistono alla morte del vecchio gelataio, che ogni settimana arriva col suo furgoncino, il piccolo Gilles non ride più, ha smesso di parlare, di stare con lei. Piano piano, comincia a somigliare sempre più a loro padre e alla iena impagliata della stanza dei cadaveri. I parassiti hanno conquistato la sua testa e l’unico modo per salvarlo, per restituirgli quel sorriso da denti da latte che tanto le manca, è costruire una macchina in grado di tornare indietro nel tempo, evitando così che il piccolo Gilles assista alla morte orrenda del gelataio. Occorre quindi studiare, diventare come Marie Curie, imparare sorprendendo tutti i professori, che se solo sapessero il motivo di tanta dedizione e tanta passione probabilmente non capirebbero…

Leggerezza e potenza, linearità ed efficacia, armi che forse solo una donna possiede e quando le usa nella scrittura non lasciano scampo alla preda lettore. Perché di prede e di cacciatori qui si parla. Di un padre feroce, che placa la sua sete di sangue durante le battute di caccia, che sono come una droga. Una droga che quando manca necessita di surrogati: la moglie e, più tardi, la figlia. La piccola protagonista, a un certo punto, diventa lei stessa preda ambita e usata come tale durante uno spietato gioco notturno nella foresta e nel quale il fratello, sempre più cacciatore e torturatore di animali, assieme ai suoi amici deve inseguirla e catturarla. La scrittura evocativa di Adeline Dieudonné, nata a Bruxelles nel 1982, è meravigliosamente semplice, ma mai banale. Ci dice quello che vorremmo vedere dentro la nostra testa e il meccanismo delle immagini in movimento, allegre o tragiche che siano, funziona benissimo. “Tutto sembrava irreale. Il giardino, la piscina, il rosmarino, la notte che scendeva (..) La realtà selvaggia della carne e del sangue, del dolore e dell’avanzare del tempo, lineare, spietato. Ma soprattutto la realtà di quella forza che avevo sentito ridere quando il corpo del vecchio era crollato. Quella risata che non era né dentro né fuori di me. Quella risata era dappertutto, in tutto, come quella forza. Che era in grado di scovarmi, ovunque fossi.” È un racconto meraviglioso questo di Adeline Dieudonné, di vita assolutamente vera mascherata nella stranezza di una famiglia che, per assurda che appaia, ci fa vedere i mostri che vivono sotto al letto di moltissime persone, le ombre dietro le tende di una casa apparentemente normale e il coraggio di una bambina che non si arrende davanti alla cattiveria degli adulti.



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