La vittoria disperata

È l’alba del 2 agosto del 538 ab Urbe condita, il 216 avanti Cristo. Otto legioni di Roma – 80.000 fanti e 7200 cavalieri – sono giunte in terra di Puglia, dieci miglia a nordest di Canosa, nella località di Canne, per schiacciare definitivamente l’esercito di Annibale, abilissimo e carismatico generale cartaginese che da due anni mette a ferro e fuoco l’Italia dopo aver valicato le Alpi con fanti, cavalleria ed elefanti da battaglia. Il comando del poderoso corpo di spedizione romano è affidato, a giorni alterni, ai consoli Caio Terenzio Varrone e Lucio Emilio Paolo: oggi spetta al primo. L’esercito cartaginese è molto meno numeroso di quello romano e molto eterogeneo: celti, ispanici, numidi, fenici Ma è comandato da un genio militare, che lo dispone in modo da sfruttare l’impeto della massa dei legionari per chiuderli in una tenaglia mortale. Dopo dieci ore di massacro sotto il sole cocente, Annibale annienta le legioni di Varrone: sul terreno rimangono 45.000 fanti e 2700 cavalieri romani, mentre 19.000 legionari sono fatti prigionieri, 5000 sono dispersi, fuggiti chissà dove. Roma è sull’orlo dell’abisso. Maarbale, comandante della cavalleria cartaginese, sprona Annibale a risalire la penisola e portare l’attacco al cuore di Roma, ma il condottiero esita, chiede tempo per riflettere. Infuriato, Marbale lo apostrofa con una frase destinata a rimare storica: “Davvero gli dei non concedono tutto a una sola persona: tu sai vincere, Annibale, ma non sai sfruttare la vittoria!”…

Mario Silvestri (1919-1994), per tanti anni professore di Ingegneria nucleare al Politecnico di Milano, è stato – oltre che uno scienziato – un intellettuale vivace, con una passionaccia per la Storia. Ha firmato in questo campo alcuni saggi di divulgazione che hanno riscosso un lusinghiero successo tra i lettori: tra tutti questo La vittoria disperata è sicuramente il più bello. Libro magnifico sin dal titolo, racconta con dovizia di particolari e stile avvincente l’unica guerra totale dell’antichità, quella che oppose Roma e Cartagine per il dominio del Mediterraneo tra il III e il II secolo avanti Cristo. Prima dello scontro armato, lungo due secoli e mezzo di storia, le due potenze avevano stipulato numerosi trattati, ma la crisi di Messina nel 270 aveva causato l’avvio di sanguinose ostilità, che da allora in poi sostanzialmente non cessarono mai fino alla distruzione totale di una delle due contendenti. Perché le guerre puniche sono così importanti? Se l’Europa oggi ha questo assetto, se è abitata da questi popoli lo dobbiamo prima di tutto alla vittoria di Roma su Cartagine, un evento decisivo sul corso della Storia per millenni. Ma la narrazione di Silvestri è così affascinante perché – ecco spiegato il titolo del saggio – coglie un altro, decisivo aspetto di questo storico conflitto: per raggiungere l’obiettivo Roma si sacrificò, sacrificò un presente tranquillo per un futuro glorioso ma funesto, “Per vivere come un impero, Roma dovette suicidarsi come nazione”. La guerra annibalica è parte decisiva della storia dell’Italia (quasi) unita: uno dei capitoli più belli del libro è quello che descrive il sostanziale – e attonito – insuccesso di Annibale come scatenatore di guerra civile, come sobillatore di alleati italici contro il potere di Roma. Nonostante le sconfitte e i massacri, nonostante la tattica diplomatica dei Cartaginesi invasori, l’alleanza tra genti d’Italia tenne e consentì alle legioni di riorganizzarsi e sferrare il colpo mortale al regno nordafricano. Un’impresa che costò decenni e centinaia di migliaia di morti, ma che è scolpita nel nostro passato e che La vittoria disperata sa rendere viva come fosse accaduta ieri.



Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER